ABISSI (Ita) – Aurelio Porfiri

L’uomo in generale non vive una vita cosciente: sono rarissimi coloro che veramente vivono. In quale profondità abissale vivrebbero colui che crede e colui che non crede se vivessero nella verità la loro fede! Perché anche l’ateismo è una fede. La santità divina dell’amore infinito o la santità demoniaca della solitudine assoluta: non si danno per l’uomo vero altre alternative di vita. Qualcosa che dà le vertigini” (La fede immobile, pag. 94).

Tutto o nulla: ecco cosa possiamo percepire da questo passaggio di Divo Barsotti. Un passaggio veramente abissale, dove si va a toccare il cuore pulsante del problema di Dio e del problema dell’uomo e si nota come essi non sono dislocati ma formano un unico problema. Certo che qui ci va giù pesante, dicendo che in generale noi non viviamo una vita cosciente e che sono rarissimi coloro che veramente vivono. Ma se non siamo coscienti, come possiamo accorgerci proprio del fatto che non siamo coscienti? Come uscire da noi stessi per rientrare nel vero noi stessi? Certo non è difficile accorgersi che viviamo in una superficialità evidente, superficialità che permea tutto, gli ambienti familiari e lavorativi. Non ci deve sorprendere questo, ci siamo nati e cresciuti in questo mondo di grande superficialità, emozioni e affetti, tutto è vanità alla fine. Non c’è guida più efficace, nel percorso di ritorno che dobbiamo compiere nel vero noi stessi, di Sant’Agostino.  Nelle Confessioni così pregava: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace“. Tu eri dentro di me e io fuori….ecco, non sembra veramente questo il concetto espresso da Barsotti nel passaggio precedente, rientrare nel vero io, tornare ad Itaca come Ulisse per ritrovare la vera identità, attraverso le vie maestre della Tradizione?

 

 

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