OCEANO DI FUOCO (Ita) – Aurelio Porfiri

Ho sentito la Comunione come il gettarsi dell’anima in un Oceano di fuoco” (La fuga immobile, pag. 161)

Ecco il misticismo di Divo Barsotti nel suo punto più alto, nel sentire come la Comunione fosse per lui non quel coacervo di sentimentalismo tardo ottocentesco ma un dramma che è incolmabile nella comprensione della nostra umanità. Se pensiamo a questa esperienza, questa metafora realistica di ciò che lui ha provato, dobbiamo credere che per lui quella Comunione fu un bagno forse ristoratore, ma anche dilaniante in un certo senso. Mi ricorda un passaggio della lettera agli artisti di San Giovanni Paolo II del 4 aprile 1999, diceva: “In effetti, ogni autentica intuizione artistica va oltre ciò che percepiscono i sensi e, penetrando la realtà, si sforza di interpretarne il mistero nascosto. Essa scaturisce dal profondo dell’animo umano, là dove l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose. Un’esperienza condivisa da tutti gli artisti è quella del divario incolmabile che esiste tra l’opera delle loro mani, per quanto riuscita essa sia, e la perfezione folgorante della bellezza percepita nel fervore del momento creativo: quanto essi riescono ad esprimere in ciò che dipingono, scolpiscono, creano non è che un barlume di quello splendore che è balenato per qualche istante davanti agli occhi del loro spirito. Di questo il credente non si meraviglia: egli sa di essersi affacciato per un attimo su quell’abisso di luce che ha in Dio la sua sorgente originaria. C’è forse da stupirsi se lo spirito ne resta come sopraffatto al punto da non sapersi esprimere che con balbettamenti? Nessuno più del vero artista è pronto a riconoscere il suo limite ed a far proprie le parole dell’apostolo Paolo, secondo il quale Dio « non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo », così che « non dobbiamo pensare che la Divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana » (At 17,24.29). Se già l’intima realtà delle cose sta sempre « al di là » delle capacità di penetrazione umana, quanto più Dio nelle profondità del suo insondabile mistero! Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza, tuttavia, può trarre giovamento dall’intuizione artistica. Modello eloquente di una contemplazione estetica che si sublima nella fede sono, ad esempio, le opere del Beato Angelico. Non meno significativa è, a questo proposito, la lauda estatica, che san Francesco d’Assisi ripete due volte nella chartula redatta dopo aver ricevuto sul monte della Verna le stimmate di Cristo: « Tu sei bellezza… Tu sei bellezza! ». San Bonaventura commenta: « Contemplava nelle cose belle il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto »“. Insomma, quell'”abisso di luce” sembra veramente essere simile a quell'”oceano di fuoco” di cui ci parlava Barsotti. Il Papa Giovanni Paolo II differenzia questa esperienza artistica con l’esperienza della fede che presuppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Ma rileggendo questo passaggio nella prospettiva Barsottiana, sembrerebbe possibile poter dire che a volte questo incontro si fa quasi “artistico”, diventa una folgorazione che accomuna l’anima del credente gettata nel vortice dell’oceano di fuoco che è la Comunione e quella dell’artista, pur essa gettata nel vortice di quell’abisso di luce che solo per alcuni istanti gli è dato di provare. Ma questa “sofferenza” non è dolorosa nel senso umano che diamo a questa parola, essa è quella sofferenza che li accomuna all’idea di giustizia, alla sorte che tocca alle anime dei giusti, così come ci è detto nel libro della Sapienza (3): “Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto“. Ecco, questa sofferenza è come quella dell’oro nel crogiolo, una sofferenza che purifica, per consentirci, come dice la bella frase di questo passaggio del libro della Sapienza, di riempire la nostra speranza di immortalità. Ecco, artisti e credenti alla Barsotti sono capaci di riempire la loro speranza di immortalità e di morire e risorgere senza perdere il senso vero della loro esistenza: forse, a volte, dovendo solo accettare di perdere se stessi.

 

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