IL MONDO DI DIO (Ita) – Aurelio Porfiri

La grandezza ma anche la tragicità della vita è che noi possiamo pregare, ma solo nella fede la nostra parola raggiunge Dio e ha una risposta. Sei tu che entri misteriosamente nel mondo di Dio, non è Dio che entra nel tuo.  Per questo la risposta è certa, ma per la tua esperienza umana è silenzio. Così la grandezza vera dell’uomo è tutta nel mistero” (L’Attesa, pagg. 124-125).

Non so se sarà capitato anche a voi di assistere agli spettacoli dei clown. Questi fenomeni da circo sono tra i favoriti dei bambini e i loro spettacoli non vengono disdegnati neanche dai grandi. Si è sempre detto che gli la figura del clown ha un aspetto duplice, una grandezza come comico ma anche che il suo sorriso nasconde una certa tragicità, come se nascondesse un dramma interiore. Ecco, prendo questo esempio del clown per menzionare come l’inizio di questo passaggio di Divo Barsotti da L’Attesa, ci dice come l’esistenza umana sia in fondo non simile a quella che è l’attività scenica di un clown: il potere di attrarre l’attenzione di migliaia di persone ma anche una tragicità di fondo che nasconde una mancanza. Per uscire dagli abiti del clown dobbiamo abitare in un’altra dimensione, quella della fede. Solo in essa noi possiamo ascoltare una risposta da quel silenzio che, altrimenti, avvolge la nostra preghiera. Dice San Paolo nella lettera ai Galati (2,20): “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me“. Ecco, la nostra vita non è più vita a puro livello materiale o fenomenologico, se accettiamo di abitare nella dimensione di Dio, ma essa diviene un innalzarsi alle altezze del silenzio per raggiungere la nostra origine. Come ci dice San Paolo, ci è possibile vivere la fede solo nel Figlio di Dio, il cui pegno di credibilità è stato l’amore gratuito con cui ha donato se stesso per noi. Attraverso la fede e la preghiera noi siamo fatti capaci, in modo misterioso, di entrare nel mondo di Dio. Nella dinamica soprannaturale, Dio propone se stesso e noi con la preghiera accettiamo questa proposta per farci prossimi a Lui.

Diego Fusaro, parlando di Ludwig Feuerbach (www.filosofico.net), così argomenta: “Lo scopo di Feuerbach nell’ Essenza del cristianesimo non è di condurre una critica al cristianesimo di tipo illuministico, ossia di ridurlo a un cumulo di errori e superstizioni. Egli invece ritiene che la religione, in particolare quella cristiana, abbia un contenuto positivo che consente di scoprire quale sia l’essenza dell’uomo. Dalle tesi di Schleiermacher, secondo cui la religione consiste nel sentimento dell’infinito, egli trae la conclusione che tale infinito non esprime altro che l’essenza dell’uomo. Nessun individuo singolo contiene in sé quest’essenza nella sua compiutezza, ma ogni uomo ha il sentimento dell’infinità del genere umano. La religione ha un origine pratica: l’uomo avverte la propria insicurezza e cerca la salvezza in un essere personale, infinito immortale e beato, cioè in Dio. Ma, secondo Feuerbach, quando un soggetto entra in un rapporto essenziale e necessario con un oggetto, questo significa che questo oggetto è la vera e propria essenza del soggetto. Con Dio il sentimento umano è in un rapporto necessario: Dio dunque non è altro che l’essenza oggettivata dell’uomo . La religione è appunto l’oggettivazione dei bisogni e delle aspirazioni dell’uomo , la proiezione di essi in un ente, che viene considerato indipendente dall’uomo e nel quale tali aspirazioni si trovano pienamente realizzate. Nella religione è l’uomo a fare Dio a propria immagine e somiglianza, non viceversa (‘Non è Dio che crea l’uomo, ma l’uomo che crea l’idea di Dio’ afferma Feuerbach): quando a Dio si attribuiscono la conoscenza o l’amore infinito, in realtà si intende esprimere l’infinità delle possibilità conoscitive e dell’amore propri dell’uomo. In Dio e nei suoi attributi l’uomo può quindi scorgere oggettivati i suoi bisogni e i suoi desideri e, dunque, conoscerli. Feuerbach ne conclude che la “religione è la prima, ma indiretta coscienza che l’uomo ha di sé” . La conoscenza che l’uomo ha di Dio non è altro, allora, che la conoscenza che l’uomo ha di se stesso, ma nella religione l’uomo non si rende conto che è la propria essenza a trovarsi oggettivata in Dio. Solo con la filosofia ciò può giungere a piena consapevolezza“. Quindi l’idea che abbiamo di Dio, seguendo Feuerbach, è solo una proiezione dell’idea che abbiamo di noi stessi, una proiezione di ciò che vorremmo essere, una metafora ideale del nostro rapporto con noi stessi. In fondo la tesi di Feuerbach, pur se falsa dal punto di vista del cristianesimo autentico, ha elementi importanti di verità se pensiamo a come Dio sia stato ridotto in fondo ad una proiezione ideale del meramente umano, specialmente negli ultimi secoli. Ma se partecipa dell’umano fino in fondo, il dio-idea non può che finalmente parteciparne il destino ultimo e dissolversi nel nulla, partecipandone anche la necessaria finitezza e il limite dell’orizzonte delle possibilità esistenziali. Ricordiamo la polemica che coinvolse il teologo (e poi cardinale) gesuita Henri De Lubac con, tra gli altri, il Cardinale Siri, che lo accusava di ridurre l’ordine soprannaturale al naturale, quindi costringendo Dio nell’ambito della nostra natura. Ecco, quali che siano le interpretazioni che possiamo fornire di questo aspetto del pensiero di De Lubac, mi sembra che veramente si avvertano gli echi di Feuerbach. In fondo quello che dice Barsotti, cioè che noi possiamo abitare nel mistero di Dio con la preghiera accettando che la risposta che riceviamo è da noi percepita come silenzio, mi sembra l’antidoto più efficace per capire come rapportarsi a questo Dio e come evitare le derive che ci portano a costringere Dio nell’orizzonte umano.

Tra le possibilità offerte dal nuovo mondo dei social media, c’è proprio quella di potere rimandare polemiche che prima si servivano magari dei ritmi garantiti dalla carta stampata, di poter essere consumate non solo giornalmente, ma anche ora dopo ora. Quindi siamo immersi in un profluvio di botte e risposte su ogni argomento, e uno dei più caldi, da sempre, è proprio quello della liturgia. Una liturgia che secondo alcuni deve rispondere di più alle esigenze dell’uomo, anzi alle esigenze dell’umano. Parlando poco tempo fa con Costanza Miriano per una intervista, mi sono sentito dire da questa giornalista e madre di 4 figli che una delle grandi tentazioni dell’essere umano è proprio quella di volersi auto determinare. Certamente questo è vero se pensiamo che oggi tutto è un diritto e i doveri si sono oramai ridotti a poca cosa. Silvana De Mari, nell’occhio della tempesta per le sue dichiarazioni si omosessualità, gender e via dicendo, anche mi ha detto che la letteratura di autori come Tolkien, Dante, Chesterton e altri grandi è letteratura elevata proprio perché si basa su grandi valori, come la cavalleria, la bellezza, il coraggio. Questo è naturalmente un ostacolo per l’uomo che si autodetermina, perché i valori implicano sacrificio e questo costringe l’uomo che invece vuole sentirsi completamente liberato da ogni costrizione. Come dicevamo, pochi doveri ma molti diritti. Quindi la liturgia non deve stancarci, anzi deve accompagnare questa liberazione dell’umano, deve essere facile, comprensibile nell’immediato, non porre problemi alle nostre facoltà intellettive. Ma proprio da queste asserzioni cominciano i problemi e ben lo aveva visto Barsotti che infatti ci dice che “la grandezza vera dell’uomo è tutta nel mistero“. Non siamo grandi quando pretendiamo di auto determinarci o di pretendere di essere quello che non possiamo essere, non siamo grandi quando inscriviamo Dio nei limiti della nostra natura, ma siamo grandi quando accettiamo che c’è qualcosa che ci supera, quando accettiamo che ci sono altezze che noi dobbiamo accettare come “mistero”. Ecco il senso della liturgia come mistero, una liturgia che ci mette alla presenza di qualcosa di più grande, profondo e misterioso di noi. In questo è tutta la nostra grandezza e, rovesciando Feuerbach, la nostra essenza è proprio nell’adesione a quella dimensione altra che in fondo è testimoniata da sociologi, antropologi, studiosi di discipline varie, quando ammettono che non c’è cultura in cui la ricerca di un qualche rapporto con l’elemento del divino non occupi un ruolo centrale. La battaglia che si svolge nella liturgia, come del resto nell’agone umano tout court, è proprio quella fra questo uomo che si chiude al mistero e apre a se stesso (che però non è più veramente se stesso) e l’uomo che si chiude a se stesso per aprirsi al mistero (e quindi al vero se stesso). Ecco, dove mi sembra si inserisca la riflessione di Divo Barsotti riportata in precedenza, con tutta la sua tragicità e grandezza.

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