Musica e genio: il Cardinale Domenico Bartolucci – Aurelio Porfiri

 

Nell’anno 2017 abbiamo considerato molti anniversari nell’ambito del cattolicesimo. Citando a memoria, penso al centenario delle apparizioni di Fatima, i 90 anni di Benedetto XVI, i 10 anni del Motu Proprio Summorum Pontificum, i 10 anni della lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi. Sicuramente ce ne sono altri. Io vorrei ricordare ancora i 100 anni dalla nascita del Maestro e Cardinale Domenico Bartolucci, che ricordo non solamente perché fu mio insegnante, ma perché lo ritengo un genio assoluto, il più grande autore nel campo della musica sacra nel XX secolo. Credo che prima o poi questo verrà acquisito dalla musicologia specializzata. Io sto scrivendo un libro su di lui, facendo uso anche di materiali inediti che ho avuto la fortuna di scovare in archivi vari. Spero presto di pubblicarlo.

Domenico Bartolucci nasceva a Borgo San Lorenzo, un piccolo paese vicino Firenze, nella parte centrale dell’Italia, il 7 maggio 1917. La mamma era una contadina mentre il papà svolgeva il mestiere dell’operaio, ma anche cantava in chiesa, pur se non da professionista. Ogni paese, anche se piccolo, aveva una straordinaria attività musicale, con cori, bande, compagnie liriche e naturalmente le attività musicali legate all’attività liturgica della chiesa cattolica.

Egli, fin da giovane mostrava una doppia vocazione: alla musica e al sacerdozio. Fin da bambino era immerso nel mondo musicale della chiesa cattolica, come ci raccontava lui stesso: “Quand’ero ragazzo ricordo che il popolo cantava in chiesa. Cantava ai Vesperi (tutto a memoria: antifone, salmi ed inni), cantava alle Funzioni devozionali (Via Crucis, funzioni mariane ecc.), cantava alle Processioni (Magnificat, Te Deum, Lauda Sion, Inni), cantava anche alla Messa solenne talvolta (quand’ero ragazzo tutte le domeniche nella mia Pieve c’era la Messa solenne, e nelle domeniche ordinarie cantava da sé il popolo). Cantavo anch’io, o dietro l’altare con mio padre, cantore di chiesa, o col popolo nelle panche quando non c’erano i cantori dietro l’altare. Il popolo cantava: cantava a gran voce, un canto che secoli e secoli gli avevano tramandato, un canto potente, severo e forte, che i ragazzi imparavano dai grandi non sui banchi di scuola o in sala di prove ma nell’uso costante, nella pratica continua di chiesa. Come non ricordare con commozione ancor viva la partecipazione di tutto il popolo alla Liturgia dei Defunti e specialmente alle Esequie? Tutti, dico tutti, cantavano a gran voce il “Libera me Domine” e poi “In Paradisum” e poi il “De Profundis”…! Tutti! E il canto, bellissimo canto, acquistava un valore ineguagliabile ed era l’ultimo saluto accorato ed alto al defunto che lasciava la sua chiesa dove chissà quante volte aveva egli pure cantato a piena voce le lodi di Dio! Il popolo cantava!”. 

Dopo le scuole elementari, in cui gli fu concesso di saltare alcuni anni perché aveva acquisito una preparazione superiore con lo studio in famiglia,  entrava nel Seminario di Firenze, dove si dedicava anche alla musica, cantando tra le voci bianche del coro del Seminario. Qui cominciava i suoi studi con il maestro di coro del Seminario, Francesco Bagnoli. Lo studio del pianoforte nel seminario non era molto semplice. Il giovane studente, quindi, arrivò a fabbricarsi una tastiera di cartone su cui poter esercitarsi. A 12 anni componeva una Messa ed un Ave verum a 2 voci. A 16 anni comporrà un’altra Messa, con una tecnica molto più matura e con temi musicali molto originali. Questa messa, originalmente a 4 voci dispari, anni più tardi verrà rivista, portandola a 5 voci miste e arricchita con l’orchestra divenendo una delle composizioni più imponenti di Domenico Bartolucci, la Missa Assumptionis. A 17 anni comporrà uno dei suoi mottetti più belli e drammatici, il Super Flumina Babylonis a 6 voci dispari. Verrà poi nominato organista e quindi Direttore del coro del Duomo di Firenze. Molti professori del conservatorio di musica di Firenze andavano alla messa delle 11 nelle domeniche per sentire il giovane maestro improvvisare all’organo.

Già prima di compiere 20 anni componeva due delle sue opere sinfonico corali più significative: la Sinfonia Rustica e l’oratorio La Tempesta sul lago. Nel 1939, a 22 anni si diplomava in composizione e Direzione d’orchestra con Vito Frazzi al conservatorio di Firenze. Anche questo diploma mostrava le doti non comuni del giovane maestro. In due sole sessioni, fra luglio e ottobre, egli svolgeva tutte le materie complementari e principali arrivando al diploma; il piano normale di studio prevedeva che queste materie venissero svolte nel corso di 10 anni…Nello stesso anno veniva ordinato sacerdote.

Alla fine del 1942 veniva mandato a Roma per perfezionarsi e per approfondire la tradizione della musica sacra. Qui diveniva vice maestro della cappella musicale della Basilica di san Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma. Ma la seconda guerra mondiale causerà il suo ritorno presso il suo paese natale. In questo periodo drammatico nasceranno altre opere importanti nel campo sinfonico corale, come l’oratorio La Passione (1942) e il Concerto in mi per pianoforte e orchestra. Terminata la guerra, nel 1945, tornava a Roma e otteneva il diploma nel corso di perfezionamento in composizione e direzione corale presso l’Accademia di santa Cecilia, sotto la guida di Ildebrando Pizzetti. Otteneva anche il diploma di composizione sacra presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma. Nel 1947 diveniva parroco in un piccolo paese vicino Firenze ma continuò a dedicarsi alla composizione. È di questo periodo la composizione del poema sacro Baptisma per soli, coro femminile e orchestra. Nello stesso anno veniva richiamato a Roma e nominato maestro della Basilica di santa Maria Maggiore e professore di composizione, direzione polifonica e forme musicali polifoniche presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra, incarico che terrà fino al 1997. Nel 1952 veniva nominato vice maestro della Cappella Musicale Pontificia “Sistina” per assistere il Direttore principale, Lorenzo Perosi, già da tempo malato.

Alla morte di quest’ultimo nel 1956, papa Pio XII lo nominava Maestro Direttore Perpetuo della Cappella Sistina, carica che conserverà fino al 1997. Domenico Bartolucci si dedicò alla ristrutturazione della Cappella Pontificia, assumendo forze fresche e riorganizzando la Schola Puerorum, il coro delle voci bianche dell’illustre istituzione. Questa sarà un’opera lunga e laboriosa, in quanto la Cappella Sistina si trovava allora in condizioni di estrema difficoltà. Bartolucci ottenne per la Cappella, dal papa Giovanni XXIII, uno status economico più adeguato a sostenere l’illustre istituzione vocale. Sarà lui poi che imporrà per le parti acute il canto delle voci bianche, eliminando del tutto i falsettisti (con grande dispiacere di questi ultimi…). Negli anni sessanta la Cappella Sistina passerà un periodo particolarmente felice. Ma gli stessi anni saranno anche gli anni dei cambiamenti introdotti in seguito al Concilio Vaticano II, cambiamenti spesso arbitrari e effettivamente contro le norme conciliari, cambiamenti che non rispetteranno comunque un sano principio di gradualità.  Si buttò via tutto il repertorio tradizionale per fare posto alla musica beat, rifacendosi agli stilemi più in voga della musica pop. Il maestro si opporrà sempre con decisione a quanto andava succedendo, rivendicando sempre il ruolo guida che doveva essere lasciato ai grandi repertori classici.

Nel 1965 Domenico Bartolucci veniva nominato accademico di santa Cecilia, carica che lo vedeva in compagnia dei più importanti nomi del mondo della musica internazionale. Con la Cappella Sistina il maestro, oltre al normale e regolare servizio liturgico, terrà numerosi concerti in Italia e all’estero. La Cappella Sistina sarà anche protagonista di due fortunate tournèe negli Stati Uniti, negli anni ’70, da costa a costa.

Dopo il suo pensionamento nel 1997 il Maestro continuò una fervida attività di direttore e compositore. Nel 2010 Benedetto XVI, suo grandissimo estimatore, lo nominerà Cardinale Diacono dei Santissimi Nomi di Gesù e Maria in Via Lata. Il Cardinale Domenico Bartolucci morirà l’11 novembre 2013.

Il suo catalogo di composizioni è veramente cospicuo: più di quaranta libri di raccolte di sue composizioni, tra cui mottetti, messe, oratori, musica per organo, varie opere sinfonico corali e anche lavori solamente strumentali per pianoforte, violino e pianoforte e per altre formazioni strumentali.

La musica sacra a Cappella è certamente la parte più cospicua, questo anche dovuto alla sua attività decennale di direttore nelle cappelle musicali romane più prestigiose. Nel primo libro dei mottetti, che raccoglie le antifone mariane, troviamo già evidenziati tutti gli elementi che caratterizzano questo compositore: il linguaggio modale, il sapientissimo trattamento del coro, l’uso quasi costante delle tematiche gregoriane, la cantabilità di ogni parte polifonica, il rifiuto delle dissonanze estreme, l’aderenza dei testi al rito da cui provengono, l’esaltazione del testo nel suo significato spirituale più profondo, il rifuggire da effetti sentimentali forzati per raggiungere un sentimento più vero e spirituale. Questi elementi, con altri, formano la base della poetica di questo maestro. Sarebbe difficile qui commentare le tante gemme musicali che percorrono i suoi libri, frutto di una sapienza temprata nel lavoro quotidiano di decenni e che si poggia sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto.

Ci sono alcune caratteristiche importanti che si possono trovare nella sua produzione e nella sua attività:

1) Musicista romano di Chiesa

Diciamo subito che egli era musicista profondamente cristiano e profondamente coinvolto nella vita liturgica della Chiesa Cattolica Romana: “Lei, venerato Maestro, ha cercato sempre di valorizzare il canto sacro, anche come veicolo di evangelizzazione. Mediante gli innumerevoli concerti eseguiti in Italia e all’estero, con il linguaggio universale dell’arte, la Cappella musicale pontificia da Lei guidata ha così cooperato alla stessa missione dei Pontefici, che è quella di diffondere nel mondo il messaggio cristiano” (Benedetto XVI, 2006).

2) Il testo sacro

Per capire compiutamente la sua musica, così come il canto gregoriano e la polifonia si deve mettere in risalto l’importanza assoluta che ha in essa il testo. Esso non è solo qualcosa che viene messo in musica, ma diviene in un certo senso la forma della composizione stessa. Nella musica moderna ci sono varie forme musicali che guidano anche i criteri di utilizzo dei testi. Nella musica liturgica di cui stiamo parlando, il testo è il signore della composizione, ne decide i punti di espansione e i punti di riposo, ne stabilisce le priorità. Il testo, insieme alla destinazione liturgica, detta la forma, gli accenti, la metrica della composizione.

3) La modalità

La scelta del linguaggio armonico di Domenico Bartolucci è controcorrente rispetto alle tendenze artistiche del periodo: sceglie di esprimersi con un linguaggio modale, linguaggio che utilizza le tradizionali scale ecclesiastiche su cui sono basati il canto gregoriano e di conseguenza la polifonia rinascimentale.

 

4) Cantabilità

Il linguaggio armonico di Bartolucci non ricerca le dissonanze estreme, ricerca soprattutto l’intensità delle emozioni spirituali con la forza del canto. Questo è anche dovuto al tipo di cantabilità italiana, portata per indole più all’espressione del cantore come protagonista che alla subordinazione dello stesso alle esigenze della massa corale come è più tipico avere nella pur splendida tradizione del mondo anglosassone.

5) Attenzione alla Tradizione

Il maestro ha una forte riverenza verso la tradizione, come visto sopra, quel complesso di usi e pratiche tramandate dal passato. Ma cos’è la Tradizione (con la maiuscola)? Tutti si attaccano prima o poi a questa parola, ma credo che pochi saprebbero renderne conto se interrogati. La tradizione è “tradere”, cioè trasmettere, è una staffetta tra ieri e oggi, è un dono che il passato fa al futuro. La tradizione è una rivincita sul nulla, una posizione diversa rispetto all’annullamento delle cose e delle persone nel fluire dei secoli. La sua concezione della tradizione è anche legata alla sua concezione dell’apprendimento musicale, che è poi quello della grande scuola romana. La musica si apprende per esperienza, si apprende facendo. L’esperienza, quella che noi chiamiamo la “pratica” è l’elemento basilare della formazione; così come era per i pittori lavorare nella bottega di un maestro ed apprenderne i segreti facendo in modo molto pratico dietro di lui, così era per i musicisti apprendere nelle cantorie i segreti dell’arte dai maestri di Cappella, non con nozioni puramente teoriche, ma apprendendo l’arte nel suo svolgersi.

È proprio questa fecondità della Tradizione che da vita al futuro più radioso.

Era un sacerdote un poco particolare, molto attento all’essenziale e poco “cerimonioso”. Ma io non potevo dubitare dell’intensità della sua vocazione proprio perché ascoltavo la sua musica, una musica che per me dovrebbe essere insegnata tra i modelli di ciò che deve essere il canto liturgico.

Insomma, la vita artistica del nostro autore, lunga e feconda, sarebbe da approfondire e rivalutare alla luce di una conoscenza maggior dei dati storici e culturali in cui il nostro autore ha vissuto. Ogni coro non può che beneficiare nel cantare i suoi brani che hanno una scrittura corale sapientissima; ogni compositore non può che imparare nello studiare le sue partiture i segreti più affascinanti della scrittura polifonica; ogni maestro di cappella ha, nella sua musica, un mezzo sicuro ed efficace per portare i fedeli che ne beneficeranno alla meditazione intensa delle realtà dello spirito.

 

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Author: Aurelio Porfiri

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