Sullo spartito musicale – Aurelio Porfiri

Per chi è musicista, cantore, organista, direttore….ci avete mai pensato a quanti pezzi di carta vi sono passati per la mano? In effetti non potremmo farne a meno, visto che ci ricordano le melodie, le armonie, i ritmi. Noi lo diamo per scontato, perché oramai siamo così abituati che ci sembra naturale che questo accada.

Eppure c’era un tempo in cui gli spartiti non esistevano, c’era un tempo, forse felice, in cui la memoria elaborava e variava le composizioni a seconda dell’estro dell’esecutore. Oggi il poter annotare tutto ci aiuta senz’altro da un certo punto di vista, ma da un altro certo limita questa facoltà di cui abbiamo fatto uso per millenni. In fondo tutta la musica prima che ci fosse un sistema di notazione condiviso, si basava su alcune melodie che venivano variate dagli esecutori. In fondo ciò era vero anche per quello che oggi chiamiamo canto gregoriano, probabilmente esistevano degli schemi melodici adattati a certi testi che erano poi variati a seconda delle diverse scuole esecutive. Le melodie erano quelle, ma le possibilità che esse concedevano erano molteplici. I greci avevano i nomoi, melodie che avevano delle norme prestabilite per l’esecuzione ma che anche lasciavano grande spazio all’improvvisazione.

Certo la notazione musicale è una cosa splendida e non sarebbe possibile una composizione complessa con molti strumenti e armonie senza questo mezzo, ma pensiamo anche a cosa abbiamo perso, pensiamo quando abbiamo il nostro spartito in mano, segnato, con tanti tratti di penna o matita per ricordarci di enfatizzare questa o quella nota, pensiamo a come sarebbe bello ritrovare anche quella spensieratezza e libertà nel senso bello e creativo che c’era prima dell’avvento della notazione. Non rimpiangiamo questa grande cosa, ma cerchiamo anche di non dimenticare il buono che c’era in quello che la precedeva.

Io sono sicuro che Guido d’Arezzo non se la prenderebbe, pure lui capirebbe che chi è veramente libero non ha paura di sfidarsi.

Quando prendiamo il nostro spartito in mano, uno spartito che magari custodisce una musica bellissima per la gloria di Dio, una musica che sembra discesa dal cielo, guardiamolo con gli orecchi ed ascoltiamolo con gli occhi. Pensate che mi sono confuso? No, non direi. L’orecchio deve essere in grado di percepire un’armonia perfetta anche prima di essere in grado di poterla ascoltare, mentre gli occhi devono essere in grado di fare senso di una coerenza nell’insieme della notazione pur prima di analizzare tecnicamente cosa è scritto.

Ci sono dei musicisti in grado di giudicare della bontà di una musica al primo sguardo. Questo è possibile, perché c’è una coerenza strutturale che addirittura precede il fatto musicale in se stesso. Prima anche di ascoltare come suonerà quel pezzo si potrà dire se esso è coerente in se stesso o no. In fondo uno spartito, per la maggior parte di coloro che lo tengono in mano, nasconde più segreti di quelli che rivela.

 

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Author: Aurelio Porfiri

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