Sul diapason – Aurelio Porfiri

Avete presente quelle persone che ad ogni nota che viene emessa da un coro o da un solista sono lì a tormentare il loro diapason per controllare l’intonazione? Penso che questa sia una visione comune a tutti coloro che hanno a che fare con la musica. Ora, naturalmente l’intonazione è certo importante, ma non bisogna farne un totem nel modo sbagliato. Ci sarebbe da riflettere sul fatto che l’accordatura del La a 440 hertz è cosa del secolo passato e raggiunta poi dopo molti compromessi. Certo ha la sua utilità il fatto che essa sia standardizzata in modo che ci si trova sempre con strumenti che suonano sulle stesse frequenze, ma in passato, specie nella cosiddetta musica antica, la scrittura era relativa, cioè il direttore o il cantore responsabile poteva scegliere quale tipo di intonazione si adattava meglio al gruppo vocale in questione. Sappiamo anche che fino a non molto tempo fa, i diapason erano diversi a seconda delle città, per cui in una città uno stesso pezzo poteva risultare più alto o più basso rispetto ad un’altra città, pur se scritto ed eseguito nella stessa chiave.

Ora, concedo che tutte queste cose sono veramente importanti. E proprio per questo ci invitano ad avere un approccio più olistico al problema dell’intonazione. Essa spesso presenta delle caratteristiche che sono abbastanza consistenti: in un coro l’intonazione si “intona” con il tempo se il Maestro sa mettere nella necessaria coordinazione i diversi elementi del gruppo ed insegna ad ascoltare ed ascoltarsi. Spesso si parla solo dell’ascoltarsi, ma c’è un ascolto che è più importante del semplice ascoltarsi, un ascolto che si innalza sui singoli elementi del gruppo e riesce a cogliere un’armonia generale che è un livello molto più alto e molto più profondo del semplice ascolto dei singoli. Di solito, quando quel livello viene raggiunto, e non è detto che succeda, c’è una sorta di intonazione spontanea, è veramente difficile che il coro “stoni” perché il coro è intonato a questa armonia musicale più alta, più che alla frequenza aleatoria di un diapason.

Se si ha una consapevolezza dell’evoluzione del diapason, si riesce a relativizzare anche un certo fanatismo dell’intonazione che non rivela il vero problema, ma solo lo maschera. E, altra caratteristica importante, bisogna essere bene attenti a non ridurre l’intonazione a quello che suona il piano ma bisogna essere intonati in modo da non stonare con il piano. Sembra un controsenso ma non lo è. Aiutare l’intonazione facendo solo e sempre sentire le note con il piano, specie nella musica a cappella, costringe in un tipo di performance che non è liberante ma costringente, perché la voce ha sfumature espressive estremamente più varie di quelle fissate ed eseguibili dal martelletto di un pianoforte o dalla canna di un organo. per carità, tutti lo facciamo e tutti usiamo ad un certo momento l’organo o il piano per aiutarci a far intonare, ma bisognerebbe essere attenti che questo non divenga una modalità esclusiva. Perché alla fine non aiuta e maschera un problema che poi non si potrà più risolvere.

L’intonazione è un processo interno alla persona e poi al gruppo vocale e corale, è un processo di autoconoscenza e di presa di contatto con l’armonia superiore di cui dicevamo. Certo il medico è colui che da le medicine, ma si può ridurre un medico solo a quello? Il diapason è una sorta di medico, ma non può divenire il padrone della performance. L’intonazione è un processo di armonizzazione sulle vibrazioni nostre e degli altri; essa ci permette di riempire il silenzio con sonorità che corrispondono ad un certo ordine e ad una certa misura.

 

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Author: Aurelio Porfiri

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