Sulla memoria – Aurelio Porfiri

Sembrerà forse strano per qualcuno che io debba parlare di qualcosa così impalpabile come la memoria in rapporto al fare musica, abituati come siamo ai vari spartiti e sussidi vari che ci aiutano a ricordare quello che dobbiamo suonare o cantare. Ma, non dimenticate mai, questi “aiuti” sono un fenomeno abbastanza recente, infatti prima dell’invenzione della notazione la memoria giocava la parte da leone. Abbiamo già detto di come la notazione ha senz’altro portato benefici di un certo tipo, ma da un altro, se mi è permesso dire in questo senso, ci ha allontanato da quella vita intrinseca al fare musica.

Quello che prima era consegnato alla memoria per essere riprodotto, ora ha un supporto artificiale, in un certo senso, che è quello dello spartito. Ci sono varie scuole tra i direttori di coro, tra chi favorisce il cantare a memoria e chi non ha problemi a far usare consistentemente lo spartito. Io penso la memoria sia melgio e per alcune ragioni.

Chi canta a memoria può liberamente posizionarsi in rapporto al suo corpo e alla sua voce senza che sia costretto a tenere qualcosa per le mani, come nel caso della cartellina per gli spartiti. Essendo la voce uno strumento del tutto particolare e giudicato superiore anche nella musica sacra (ecco il favorire il canto a cappella nella tradizione romana) proprio perché non si appoggia a nulla di artificiale. Quindi, nel caso del canto a memoria si elimina anche quella piccola mediazione artificiale che è costituita dal leggere lo spartito che, lo vogliamo o no, in qualche modo limita.

Chi canta  a memoria, fateci caso, è più sorridente. Non saprei spiegare il perché compiutamente, ma viene da pensare che il ritenere in sé la musica come un tesoro che si condivide dia più gioia a chi canta, rispetto a chi è costretto dallo spartito. Ora, non voglio assolutamente demonizzare lo spartito, sto parlando di cosa è meglio quando e se possibile.

Chi canta a memoria guarda gli altri più di chi tiene lo spartito. Non sono accadimenti assoluti, ma in generale questa è la tendenza. Chi canta a memoria è più libero di chi deve cantare costretto a guardare sul foglio.

In alcuni casi la memoria anche costringe, quando ci sono coloro che concentrano nel “ricordare” i loro sforzi vanificando quel senso di liberazione che dovrebbe invece pervaderli. Questo accade quando la memoria del pezzo non è ben allenata, quando non si è provato abbastanza. La gioia di ritenere un pezzo a memoria e di poterlo condividere in armonia con gli altri è una sensazione senza prezzo.

Come si allena la memoria? Si inizia sempre, naturalmente, con l’ausilio dello spartito. Ho notato che più la memoria viene esercitata e più diviene poi facile memorizzare. Una buona cosa è anche che il direttore, se ne è capace, sappia spiegare il pezzo in modo che chi canta sappia destreggiarsi fra le tortuosità tecniche per poter far proprio più facilmente il pezzo stesso. Se io devo andare in una strada che non conosco e mi viene data qualche indicazione in più (a destra c’è un ristorante cinese…ci sono molti alberi…all’inizio della via vedrai una palazzina rossa…) sarà più semplice ricordare il luogo piuttosto che avere semplicemente l’indicazione della via. Più che riempire gli spartiti di duecento segni espressivi la qualcosa è poi non così utile (lo vedremo) si spieghi il percorso del pezzo, magari mentre lo si prova con lo spartito.

Ad una mia allieva che voleva qualche consiglio sulle sue esecuzioni organistiche, non parlavo di forte e piano, ma del senso di quello che stava suonando, perché doveva stare attenta a quell’accordo o a quella nota e dove questo l’avrebbe portata. La mia studentessa era piacevolmente sorpresa perché mi diceva che per la prima volta capiva quello che gli avevano fatto suonare senza discutere.

Ecco, quello sarebbe il direttore da considerare, non quello che si vesta da pinguino per farsi applaudire da parenti e amici. La funzione “sciamanica” del direttore è molto più importante di tutte le pinzellacchere che gli sono state costruite intorno. In effetti ho sempre detto, parlando del nome inglese del direttore di coro, che preferisco conductor a director. Il conductor indica, conduce, mentre il direttore impone, solitamente se stesso.

 

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Author: Aurelio Porfiri

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