IL CORO DEI SENZA VOCE (Ita) – Aurelio Porfiri

Quando parlo di bellezza intendo un valore che non ha bisogno di giustificazione: è la perfezione, la volontà di Dio e non ripete da altra cosa il suo valore” (La fuga immobile, pag. 126).

Io credo che non ci sia al giorno d’oggi crimine che non venga rimandato incessantemente, tutte le categorie sono più o meno garantite dalla possibilità di rimandare con un click ogni tipo di nefandezza. Certamente queste rivendicazioni trovano più o meno accoglienza a seconda della potenza mediatica di chi le compie, ma comunque tutti abbiamo la possibilità di far sentire la nostra voce su questo o quel tema, questo o quell’abuso. Ora, uno dei pochi abusi che sembra venire gridato da un coro di senza voce, è proprio quello contro la bellezza. Se pensiamo alla devastazione ancora in atto verso la liturgia, alla continua e sistematica distruzione di certo clero (purtroppo non minoritario) di tutto ciò che di bello – e quindi buono e vero – c’è nella liturgia, nella musica sacra, nell’arte sacra, dobbiamo pensare che coloro che ancora pensano che la bellezza debba avere un senso, un valore, un significato, siano senza voce. Ma spesso si è controbattuto che la bellezza non è necessaria, quello che importa è il funzionale, quello che funziona anche se non ci muove esteticamente, questa apologia del quotidiano che alla fin fine ha il fiato corto. Ma Divo Barsotti, vede questo punto nella sua dimensione essenziale: la bellezza non ha bisogno di giustificazione. Non dovremmo neanche stare li a giustificare la necessità, l’importanza del bello per le nostre vite. In quanto la bellezza è la semplicità (da “sine plica”, senza piega) cioè la perfezione.

La bellezza attiene alla perfezione che non deve essere giustificata da niente altro, cosa può giustificare qualcosa che è perfetto? Quindi, la ricerca della bellezza al suo stadio sommo, cioè come ricerca di perfezione, non richiede approvazione da nessun tipo di cultura, dominante o minoritaria che sia. Non chiediamo infatti che non ci possano essere cambiamenti nella liturgia, per parlare di cose a noi vicine. Storicamente questi cambiamenti si sono verificati e alcune volte essi sono stati anche necessari. Ma quando questi cambiamenti sono nel segno del becero, dell’utilitaristico, del mediocre, significa che i cambiamenti non sono a servizio della liturgia, ma ne stanno decretando la lenta e inesorabile fine. Già, perché nella liturgia cantiamo “il più bello dei figli dell’uomo”, ci rivolgiamo al Dio che è fonte di ogni bellezza e perfezione, invochiamo in quello Spirito che è fonte di ogni ispirazione come luce di tutti i cuori che accende la luce dei sensi.

Nella sua “Lettera agli italiani”, Marcello Veneziani ci mette in guardia contro un fenomeno importante, quello della bellezza che se ne sta immobile nella sua perfezione mentre il brutto, sempre in agguato, si affaccenda non poco: “Il guaio è che la bellezza sta, invece il brutto avanza, si muove, parla, fa. La bellezza è inerte, passiva, inerme, mentre il brutto avanza, incede, si agita. La bellezza è un retaggio, un lignaggio, a volte una rovina, comunque declinata al passato o sperduta nell’antico, mentre la bruttezza è un linguaggio, un modo di fare, di intendere e di volere, tra la tecnica e l’amministrazione. Questa è la    nostra tragedia economica e metafisica, estetica e sociale, urbanistica e letteraria. Il bello è, il brutto diviene; il bello posa, il brutto è in moto perpetuo. Il bello attiene alla sfera dell’essere ma non a quella dell’eterno e dell’immutabile. Il brutto, invece, attiene alla sfera del fare e del divenire, ed è virale, espansivo, progressivo“. Ecco, credo che questo passaggio riecheggi quanto detto nella frase di cui sopra di padre Barsotti. Senza bellezza noi moriamo lentamente, senza neanche avvertire lo sfinimento di quello spirito vitale che poco a poco ci abbandona.

 

 

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