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IL TRADIMENTO DEI PADRI (Ita) – Aurelio Porfiri

Posted by on 10:27 in Tradition | 0 comments

IL TRADIMENTO DEI PADRI (Ita) – Aurelio Porfiri

Si parla di carità verso il prossimo, ma quale carità abbiamo avuto verso i nostri padri? Era tutto sbagliato, tutto era da rifare. Ci siamo sentiti impegnati a distruggere tutto, a riformare ogni cosa: la teologia, la liturgia, la morale, la pietà, il governo della Chiesa. Nulla è rimasto in piedi. Il rinnovamento è soltanto la desolazione di una fine. Ma questo sarebbe ancora poco se non volessero parlare ancora in nome del Cristianesimo e del Cristo. Perché non liberarsi della menzogna per dire finalmente che Dio ha mentito al Cristo o Cristo ha mentito agli uomini? Per la via che abbiamo intrapreso non si giungerà che a distruggere la fede” (L’Attesa, pag. 116).

Ci sono vari motivi per cui mi può piacere Divo Barsotti. Come detto, spesso la sua scrittura è aspra, qualche volta turbinosa, non di rado ripetitiva. Ma ecco che da questo magma sorgono dolorose stalagmiti di verità, appuntite e pungenti come poche possono esserlo. La citazione qui sopra è senz’altro una di queste. Sarebbe una citazione non solo da commentare lungamente, ma da leggere ogni mattino al risveglio, perché ci da una chiave di interpretazione efficace come poche della devastazione che stiamo vivendo, devastazione che per alcuni è un progresso. Parliamo molto di carità ai nostri giorni, di misericordia a tutti i costi e senza limiti e domande, ma cosa dire della carità verso i nostri padri? Cosa dire di quella carità verso la nostra tradizione, i nostri usi, le nostre radici? Dobbiamo tradire tutto in nome di cosa? Il rinnovamento, così come è venuto a compiersi, “è soltanto la desolazione di una fine”. Non ci si accorge che con la scusa di rinnovare si è distrutto tutto, si è buttato giù tutto quanto in nome di che cosa…del vuoto di senso che si è venuto a creare. Barsotti cita i vari campi in cui questo rinnovamento folle ha prodotto effetti nefasti, tra questi ovviamente la liturgia.

Mi fa impressione vedere come coloro che oggi difendono il Concilio per quello che è veramente, sembrano quasi lefevbriani, quasi incalliti tradizionalisti. Le cose sono andate oramai così oltre che tornare indietro è, per me, quasi impossibile. E come dice Barsotti, questo sarebbe poco se chi ha perpetrato tutto ciò non pretendesse di parlare a nome di Cristo. La via intrapresa è quella della distruzione della fede, ma questo lo vediamo davanti ai nostri occhi: “come cantare i canti del Signore in terra straniera?” (137, 4). Quanto drammatico è quando la terra straniera è divenuta quella che un giorno era la casa comune. Come è difficile vivere in essa malgrado la sofferenza che questo ci procura, spesso la sensazione di rigetto. Si vive come in esilio in casa propria e questa è una sensazione strana.

PRIESTHOOD AND LITURGY IN RAHNER (Eng) – Father Giovanni Cavalcoli OP

Posted by on 11:28 in Liturgy, Priesthood | 0 comments

PRIESTHOOD AND LITURGY IN RAHNER (Eng) – Father Giovanni Cavalcoli OP

In order to grasp the Rahnerian doctrine about the priesthood and the liturgy, it is necessary to begin with his understanding of the relationship between the sacred and the profane, or more precisely, between grace and nature. For him the sacred is not added on to the profane from above—from heaven, the divine horizon—while remaining something distinct, but rather it is its very height and depths. It does not have the function of purifying and redeeming the profane, which is able to put up resistance, so that the sacred could be here and not there, right now and not before or after. No. For him the sacred, grace, the divine, is present always, everywhere, and in every man.

Certainly for Rahner the liturgy is the official, collective, external cult of the Church that finds its culmination in the celebration of the Mass. But he imagines that the Mass is nothing other than the regular empirical expression of a “liturgy of the universe” and a “Mass of the universe” that is the divine cult in a deeper and more radical sense and an expression of the transcendent supernatural experience of the anonymous Christian….(Here).

OCEANO DI FUOCO (Ita) – Aurelio Porfiri

Posted by on 11:31 in Spirituality | 0 comments

OCEANO DI FUOCO (Ita) – Aurelio Porfiri

Ho sentito la Comunione come il gettarsi dell’anima in un Oceano di fuoco” (La fuga immobile, pag. 161)

Ecco il misticismo di Divo Barsotti nel suo punto più alto, nel sentire come la Comunione fosse per lui non quel coacervo di sentimentalismo tardo ottocentesco ma un dramma che è incolmabile nella comprensione della nostra umanità. Se pensiamo a questa esperienza, questa metafora realistica di ciò che lui ha provato, dobbiamo credere che per lui quella Comunione fu un bagno forse ristoratore, ma anche dilaniante in un certo senso. Mi ricorda un passaggio della lettera agli artisti di San Giovanni Paolo II del 4 aprile 1999, diceva: “In effetti, ogni autentica intuizione artistica va oltre ciò che percepiscono i sensi e, penetrando la realtà, si sforza di interpretarne il mistero nascosto. Essa scaturisce dal profondo dell’animo umano, là dove l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose. Un’esperienza condivisa da tutti gli artisti è quella del divario incolmabile che esiste tra l’opera delle loro mani, per quanto riuscita essa sia, e la perfezione folgorante della bellezza percepita nel fervore del momento creativo: quanto essi riescono ad esprimere in ciò che dipingono, scolpiscono, creano non è che un barlume di quello splendore che è balenato per qualche istante davanti agli occhi del loro spirito. Di questo il credente non si meraviglia: egli sa di essersi affacciato per un attimo su quell’abisso di luce che ha in Dio la sua sorgente originaria. C’è forse da stupirsi se lo spirito ne resta come sopraffatto al punto da non sapersi esprimere che con balbettamenti? Nessuno più del vero artista è pronto a riconoscere il suo limite ed a far proprie le parole dell’apostolo Paolo, secondo il quale Dio « non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo », così che « non dobbiamo pensare che la Divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana » (At 17,24.29). Se già l’intima realtà delle cose sta sempre « al di là » delle capacità di penetrazione umana, quanto più Dio nelle profondità del suo insondabile mistero! Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza, tuttavia, può trarre giovamento dall’intuizione artistica. Modello eloquente di una contemplazione estetica che si sublima nella fede sono, ad esempio, le opere del Beato Angelico. Non meno significativa è, a questo proposito, la lauda estatica, che san Francesco d’Assisi ripete due volte nella chartula redatta dopo aver ricevuto sul monte della Verna le stimmate di Cristo: « Tu sei bellezza… Tu sei bellezza! ». San Bonaventura commenta: « Contemplava nelle cose belle il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto »“. Insomma, quell'”abisso di luce” sembra veramente essere simile a quell'”oceano di fuoco” di cui ci parlava Barsotti. Il Papa Giovanni Paolo II differenzia questa esperienza artistica con l’esperienza della fede che presuppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Ma rileggendo questo passaggio nella prospettiva Barsottiana, sembrerebbe possibile poter dire che a volte questo incontro si fa quasi “artistico”, diventa una folgorazione che accomuna l’anima del credente gettata nel vortice dell’oceano di fuoco che è la Comunione e quella dell’artista, pur essa gettata nel vortice di quell’abisso di luce che solo per alcuni istanti gli è dato di provare. Ma questa “sofferenza” non è dolorosa nel senso umano che diamo a questa parola, essa è quella sofferenza che li accomuna all’idea di giustizia, alla sorte che tocca alle anime dei giusti, così come ci è detto nel libro della Sapienza (3): “Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto“. Ecco, questa sofferenza è come quella dell’oro nel crogiolo, una sofferenza che purifica, per consentirci, come dice la bella frase di questo passaggio del libro della Sapienza, di riempire la nostra speranza di immortalità. Ecco, artisti e credenti alla Barsotti sono capaci di riempire la loro speranza di immortalità e di morire e risorgere senza perdere il senso vero della loro esistenza: forse, a volte, dovendo solo accettare di perdere se stessi.

 

REVISITING MUSICAM SACRAM (Eng) – Father David Friel

Posted by on 14:29 in Sacred Music | 0 comments

REVISITING MUSICAM SACRAM (Eng) – Father David Friel

 

Half a century has passed since the March 5, 1967 promulgation of Musicam Sacram (MS).  Intended as one of several guides to the implementation of Sacrosanctum Concilium (SC), this document has, to some extent, influenced liturgical music since the Second Vatican Council, yet it has also, to some extent, been ignored.  Fifty years is enough time for the Church to digest a document.  Music directors, choir members, pastors, and bishops would derive great benefit from looking again at the guidance MS offers.

The following analysis of MS will begin with the question of its present authority, continue with an appraisal of its strongest and weakest elements, and conclude with a brief treatment of progressive solemnity (a principle that receives its first mention in MS).  It is to be hoped that mature reflection on this important text will help to guide the ongoing work of sacred music in accord with the authentic intentions of the council fathers…(Here)

 

ABISSI (Ita) – Aurelio Porfiri

Posted by on 14:14 in Spirituality | 0 comments

ABISSI (Ita) – Aurelio Porfiri

L’uomo in generale non vive una vita cosciente: sono rarissimi coloro che veramente vivono. In quale profondità abissale vivrebbero colui che crede e colui che non crede se vivessero nella verità la loro fede! Perché anche l’ateismo è una fede. La santità divina dell’amore infinito o la santità demoniaca della solitudine assoluta: non si danno per l’uomo vero altre alternative di vita. Qualcosa che dà le vertigini” (La fede immobile, pag. 94).

Tutto o nulla: ecco cosa possiamo percepire da questo passaggio di Divo Barsotti. Un passaggio veramente abissale, dove si va a toccare il cuore pulsante del problema di Dio e del problema dell’uomo e si nota come essi non sono dislocati ma formano un unico problema. Certo che qui ci va giù pesante, dicendo che in generale noi non viviamo una vita cosciente e che sono rarissimi coloro che veramente vivono. Ma se non siamo coscienti, come possiamo accorgerci proprio del fatto che non siamo coscienti? Come uscire da noi stessi per rientrare nel vero noi stessi? Certo non è difficile accorgersi che viviamo in una superficialità evidente, superficialità che permea tutto, gli ambienti familiari e lavorativi. Non ci deve sorprendere questo, ci siamo nati e cresciuti in questo mondo di grande superficialità, emozioni e affetti, tutto è vanità alla fine. Non c’è guida più efficace, nel percorso di ritorno che dobbiamo compiere nel vero noi stessi, di Sant’Agostino.  Nelle Confessioni così pregava: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace“. Tu eri dentro di me e io fuori….ecco, non sembra veramente questo il concetto espresso da Barsotti nel passaggio precedente, rientrare nel vero io, tornare ad Itaca come Ulisse per ritrovare la vera identità, attraverso le vie maestre della Tradizione?

 

 

IL CORO DEI SENZA VOCE (Ita) – Aurelio Porfiri

Posted by on 13:32 in Liturgy, Spirituality | 0 comments

IL CORO DEI SENZA VOCE (Ita) – Aurelio Porfiri

Quando parlo di bellezza intendo un valore che non ha bisogno di giustificazione: è la perfezione, la volontà di Dio e non ripete da altra cosa il suo valore” (La fuga immobile, pag. 126).

Io credo che non ci sia al giorno d’oggi crimine che non venga rimandato incessantemente, tutte le categorie sono più o meno garantite dalla possibilità di rimandare con un click ogni tipo di nefandezza. Certamente queste rivendicazioni trovano più o meno accoglienza a seconda della potenza mediatica di chi le compie, ma comunque tutti abbiamo la possibilità di far sentire la nostra voce su questo o quel tema, questo o quell’abuso. Ora, uno dei pochi abusi che sembra venire gridato da un coro di senza voce, è proprio quello contro la bellezza. Se pensiamo alla devastazione ancora in atto verso la liturgia, alla continua e sistematica distruzione di certo clero (purtroppo non minoritario) di tutto ciò che di bello – e quindi buono e vero – c’è nella liturgia, nella musica sacra, nell’arte sacra, dobbiamo pensare che coloro che ancora pensano che la bellezza debba avere un senso, un valore, un significato, siano senza voce. Ma spesso si è controbattuto che la bellezza non è necessaria, quello che importa è il funzionale, quello che funziona anche se non ci muove esteticamente, questa apologia del quotidiano che alla fin fine ha il fiato corto. Ma Divo Barsotti, vede questo punto nella sua dimensione essenziale: la bellezza non ha bisogno di giustificazione. Non dovremmo neanche stare li a giustificare la necessità, l’importanza del bello per le nostre vite. In quanto la bellezza è la semplicità (da “sine plica”, senza piega) cioè la perfezione.

La bellezza attiene alla perfezione che non deve essere giustificata da niente altro, cosa può giustificare qualcosa che è perfetto? Quindi, la ricerca della bellezza al suo stadio sommo, cioè come ricerca di perfezione, non richiede approvazione da nessun tipo di cultura, dominante o minoritaria che sia. Non chiediamo infatti che non ci possano essere cambiamenti nella liturgia, per parlare di cose a noi vicine. Storicamente questi cambiamenti si sono verificati e alcune volte essi sono stati anche necessari. Ma quando questi cambiamenti sono nel segno del becero, dell’utilitaristico, del mediocre, significa che i cambiamenti non sono a servizio della liturgia, ma ne stanno decretando la lenta e inesorabile fine. Già, perché nella liturgia cantiamo “il più bello dei figli dell’uomo”, ci rivolgiamo al Dio che è fonte di ogni bellezza e perfezione, invochiamo in quello Spirito che è fonte di ogni ispirazione come luce di tutti i cuori che accende la luce dei sensi.

Nella sua “Lettera agli italiani”, Marcello Veneziani ci mette in guardia contro un fenomeno importante, quello della bellezza che se ne sta immobile nella sua perfezione mentre il brutto, sempre in agguato, si affaccenda non poco: “Il guaio è che la bellezza sta, invece il brutto avanza, si muove, parla, fa. La bellezza è inerte, passiva, inerme, mentre il brutto avanza, incede, si agita. La bellezza è un retaggio, un lignaggio, a volte una rovina, comunque declinata al passato o sperduta nell’antico, mentre la bruttezza è un linguaggio, un modo di fare, di intendere e di volere, tra la tecnica e l’amministrazione. Questa è la    nostra tragedia economica e metafisica, estetica e sociale, urbanistica e letteraria. Il bello è, il brutto diviene; il bello posa, il brutto è in moto perpetuo. Il bello attiene alla sfera dell’essere ma non a quella dell’eterno e dell’immutabile. Il brutto, invece, attiene alla sfera del fare e del divenire, ed è virale, espansivo, progressivo“. Ecco, credo che questo passaggio riecheggi quanto detto nella frase di cui sopra di padre Barsotti. Senza bellezza noi moriamo lentamente, senza neanche avvertire lo sfinimento di quello spirito vitale che poco a poco ci abbandona.

 

 

LA FOLLIA DI CRISTO (Ita) – Aurelio Porfiri

Posted by on 15:15 in Spirituality | 0 comments

LA FOLLIA DI CRISTO (Ita) – Aurelio Porfiri

L’amore di Cristo è come un uragano: ti strappa violentemente da tutto e ti trascina via verso Dio. Tutta la vita umana non ha più riposo né valore, né giustificazione, né significato, né senso. Non voler dare o cercare più una ragione alla tua vita – tutto è senza ragione come una follia” (La fuga immobile, pag. 69).

Divo Barsotti è scrittore essenziale. Questa è una cosa che dobbiamo ben tenere in mente quando ci avviciniamo agli scritti di questo ruvido toscano dalla parola pronta e tagliente. Il suo scrivere tende all’essenziale, ma ho imparato che per trovare questo elemento essenziale devi scavare nella sua scrittura, una scrittura che si arrovella su se stessa a volte, ripete e ripete, sempre per far emarginare quell’elemento essenziale che c’è, vi è proprio, ma è sommerso nel magma delle argomentazioni.

Nel passaggio di cui sopra abbiamo un esempio di quello che intendo dire, preso da uno dei suoi testi più straordinari, La fuga immobile. Ecco una chiara esposizione della pretesa cristiana: essa è scandalo e follia, come dice San Paolo. Chi vuole dare una immagine rassicurante del cristianesimo, dovrebbe cambiare religione. Il cristianesimo non è religione da accomodamenti, ma religione inquieta. Ma è certo che pur essa deve farsi norma civile se assunta da stati, nazioni, popoli. Quindi c’è questo contrasto fra l’uragano che è l’amore di Cristo, che ti prende e ti trascina verso Dio e la necessità direi politica di una convivenza civile che possa assumere i valori cristiani come elemento fondamentale. In realtà questo passaggio del padre Barsotti sarebbe un buon aiuto, in quanto relativizza l’importanza della vita alla scoperta di questo amore tremendo (nel senso di ineffabile) che Dio ci offre. Se e quando veniamo presi da questo amore, relativizza tutto il resto, la vita non ha più valore, significato, giustificazione o senso. Insomma, ci ritroviamo quando ci perdiamo. C’è sempre il pericolo che il Cristianesimo divenga una comoda scusa per poter trovare se stessi, una ipocrita bugia che ci diciamo per sentirci buoni e in regola con la legge. Ma non è questo l’incontro con Cristo che ci presentano i santi. Come detto, quando il cristianesimo deve regolare la vita dei popoli, ha necessità di farsi legge, ius, norma. Ma nell’incontro intimo, quando esso è profondo, il rapporto stesso diventa la legge, non interpretata alla luce dei nostri desideri di fare peccato, ma sempre vissuta come ascolto, come attesa, quella “imminenza di attesa” di cui molto ci parlava il poeta Clemente Rebora.

“Tutto è senza ragione come una follia”; cerchiamo questa follia, sentiamoci folli per Cristo. Se la liturgia non ci consente questa apertura verso la follia, se essa ci ridona una masticatura mal digerita del quotidiano, ecco che la liturgia tradisce se stessa. Noi non vogliamo il quotidiano, ma vogliamo abitare nell’eterno, anche se per quei pochi istanti che le frenesie della vita ci concede. Riscopriamo senza paura questa pura e sana follia.

ORARIO MESSE TRIDENTINE A NAPOLI IN OSSEQUIO CON IL MOTU PROPRIO SUMMORUM PONTIFICUM

Posted by on 15:33 in Messe e orari | 0 comments

ORARIO MESSE TRIDENTINE A NAPOLI IN OSSEQUIO CON IL MOTU PROPRIO SUMMORUM PONTIFICUM

Da messatridentinanapoli

 

 

SS. Messe in Rito Romano antico a Napoli

Santuario di San Gaetano – Basilica di San Paolo Maggiore (piazza S. Gaetano 78 – Napoli)

Coetus fidelium «San Gaetano e Sant’Andrea Avellino»

Sacerdoti: Don Giorgio Lenzi, Istituto del Buon Pastore; Don Roberto Spataro, Salesiano

Ogni domenica e festa di precetto, ore 11:30, a norma del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Per informazioni: missagregoriana.neapolis@gmail.commessatridentina.napoli@gmail.comhttps://messatridentinanapoli.wordpress.com

Chiesa della Reale Arciconfraternita di Santa Maria del Soccorso 

(quartiere Vomero-Arenella, piazzetta Giacinto Gigante 38)

Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote

S. Messa ogni domenica e festa di precetto, ore 18:00, a norma del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Per informazioni: +39.333.11.69.708 (Can. Louis Valadier)

 

Chiesa di S. Ferdinando di Palazzo (piazza Trieste e Trento 1 – Napoli)

Una Voce “Napoli”

Ogni domenica e festa di precetto, ore 18:00, a norma del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Per informazioni: napoli@unavoceitalia.org ; 3404290229

Chiesa di S. Maria della Vittoria (Piazza Vittoria 5 – Napoli)

Ogni primo sabato del mese, ore 18:30, a norma del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Per informazioni: napoli@unavoceitalia.org

Cappella dell’Immacolata – FSSPX (Vico S. Maria a Lanzati, 21)

Ogni domenica e festa di precetto, ore 11:00.

Per informazioni: 06.930.68.16 – albano@sanpiox.it

Parrocchia di Sant’Anna alle Paludi (corso Arnaldo Lucci, 124/A)

Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote

Lunedì ore 8:15 e sabato ore 9:30

Per informazioni: +39.333.11.69.708 (Can. Louis Valadier)

EVENTO DOMENICA 26 FEBBRAIO 2017 A ROMA

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EVENTO DOMENICA 26 FEBBRAIO 2017 A ROMA

Incontro nella Chiesa della SS.ma Trinità dei Pellegrini sui Cristiani d’Oriente.

LA CIVILTA’ OCCIDENTALE (Ita) – Aurelio Porfiri

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LA CIVILTA’ OCCIDENTALE (Ita) – Aurelio Porfiri

Parliamo chiaro e senza giri di parole: i problemi della musica sacra, della liturgia, della Chiesa Cattolica, non sono problemi separati da un contesto, ma sono problemi intrinsechi allo stesso contesto e denunciano un elemento che non si può far finta di ignorare: la crisi della civiltà occidentale, una civiltà di cui la Chiesa Cattolica fu fautrice insieme alle componenti greche, romane e giudaiche e che oggi si trova in profonda crisi. Leggere la nostra crisi semplicemente come una crisi di questo o quel brutto canto, non coglie che in realtà la crisi è enormemente più vasta e noi ci troviamo, tutti insieme, su questo crinale che precipita verso il vuoto. Non crediamo di sfuggire a questo problema cercando di guardare il dettaglio, perché il problema è molto, ma molto più ampio. Il pensiero debole si è insinuato nella Chiesa e la rode dall’interno: i cantarelli sentimentalistici, le schitarrate, il rifiuto della tradizione non sono che sintomi di uno stesso male che sta portando tutto quello che siamo stati alla tomba, per lasciarci il nulla, il compimento del nichilismo più efferato. Difficile è agire quando il nemico ti sta dentro, accanto a te, la persona che ti dovrebbe essere amica, sorella, fratello, compagno, compagna. Oggi anche chi dovrebbe essere dalla tua parte è spesso girato dall’altra.

E tu, che ti illudi che quel mondo fatto di belle armonie e di altrettanto belle forme sostanziali, sei sempre più solo e isolato, cercando di nuotare nella marea volgare dei blogs, dei giornali e dei siti internet, cercando di entrare nelle Chiese ma se sono vuote, per non essere investito dalle cacofonie volgare i profane che erompono da microfoni a palla.

 

 

TOWARD HOLIER COMMUNIONS: A SIMPLE SUGGESTION (Eng) – Rev. Thomas M. Kocik

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TOWARD HOLIER COMMUNIONS: A SIMPLE SUGGESTION (Eng) – Rev. Thomas M. Kocik

A former Baptist seminary professor and convert to Catholicism once told me that the primary reason he became Catholic was the Church’s theology of the Eucharist, which he (as a New Testament scholar) found to be faithful to the biblical witness, once certain modern lenses fell like scales from his eyes. The Apostle Paul speaks of our real participation in the body and blood of Christ as that which unites the Church; soon thereafter he remarks that some of the Corinthians have fallen sick and died because they ate and drank “without discerning the body” (1 Corinthians 10:16-17; 11:27-32). One does not die from mishandling symbols, but from mishandling divine habitations. (Read the account in 2 Samuel 6 of Uzzah’s demise before the Ark of the Covenant.)

 

In the notable story of the two disciples who meet Jesus on the road to Emmaus after his crucifixion and resurrection, the risen Savior vanishes from their sight after “he took the bread and blessed, and broke it, and gave it to them” (Luke 24:30)….(Here)

RENCONTRE AVEC AURELIO PORFIRI : « SERVIR DIEU DANS LA LITURGIE AU MEILLEUR DE MES CAPACITÉS » (Fre) – Guillaume Ferluc

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RENCONTRE AVEC AURELIO PORFIRI : « SERVIR DIEU DANS LA LITURGIE AU MEILLEUR DE MES CAPACITÉS » (Fre) – Guillaume Ferluc

De Paix Liturgique

Lors de la conférence de presse annonçant les 10 ans du motu proprio Summorum Pontificum à Rome, leCœtus Internationalis Summorum Pontificum a communiqué avoir commandé la création d’une œuvre musicale originale pour la messe pontificale qui sera célébrée à Saint-Pierre le samedi 16 septembre 2017, à 11 heures. Cette initiative, rare dans le paysage de la musique sacrée moderne, témoigne que la liturgie romaine traditionnelle est une source d’inspiration qui ne saurait tarir.

Pour en savoir plus sur cette initiative historique, nous avons rencontré le maestro Aurelio Porfiri, qui composera et dirigera cette œuvre en hommage au motu proprio du pape Benoît XVI.

I – NOTRE ENTRETIEN AVEC LE MAESTRO PORFIRI

1) Aurelio Porfiri, comment est née votre vocation musicale ?

Aurelio Porfiri : J’étais tout petit enfant quand, dans une galerie commerciale, j’ai vu un orgue électronique, de ceux qu’on voyait dans les années 80. Je l’ai mis en haut de ma liste de cadeaux pour Noël et mes parents m’ont exaucé. Tout a commencé avec ce cadeau et la passion qui me portait à passer des heures et des heures à son clavier ou à celui de l’harmonium de la paroisse pour trouver de nouvelles mélodies, de nouveaux accords, de nouvelles créations.

2) Quel a été votre parcours artistique et professionnel ?

Aurelio Porfiri : J’ai étudié l’orgue, la composition et la direction de chœur. Après mon diplôme au conservatoire, j’ai travaillé dans de nombreuses églises et basiliques romaines comme Santa Maria in Trastevere, San Crisogono, Santa Susanna et d’autres. J’ai aussi été organiste substitut à Saint-Pierre pendant plusieurs années, jusqu’en 2008, année de mon départ pour la Chine. De 2008 à 2015, j’ai en effet vécu et travaillé à Macao, une période qui m’a profondément marqué. Rentré à Rome en 2015, dans mon quartier natal du Trastevere, je me consacre désormais à des projets qui me sont chers, qu’il s’agisse de compositions, d’articles, de livres, etc.

3) Comment êtes-vous arrivé à la musique sacrée ?

Aurelio Porfiri : Je crois vraiment que cela a été un appel. J’étais dans une paroisse où l’on jouait les chansonnettes des dernières décennies et je sentais que j’avais besoin de quelque chose de plus profond, d’une nourriture plus riche. D’une rencontre à l’autre, profitant d’opportunités qui se présentaient, j’ai connu mes premières expériences de musique sacrée, et voilà !

4)  En plus d’être musicien, vous êtes l’auteur de nombreux articles et livres et l’éditeur de textes liturgiques, théologiques et spirituels, Vous venez en particulier de lancer une revue de liturgie en ligne, dont le numéro 2 vient de sortir : pouvez-vous nous la présenter ?

Aurelio Porfiri : Altare Dei, c’est son titre, entend constituer un pont entre les mondes catholiques européen et anglo-saxon. La revue est à télécharger en PDF et offre les contributions de spécialistes reconnus de liturgie, de musique sacrée et de culture catholique. En outre, elle comporte à chaque fois un supplément musical avec les partitions de morceaux de musique sacrée de compositeurs contemporains. Elle est en vente sur le site Choralife.

5) En 2011, Riccardo Muti se plaignait des chansonnettes à la messe et plaidait pour le retour « au grand patrimoine musical chrétien » : selon vous, la forme extraordinaire peut-elle concourir à la restauration du chant liturgique dans les célébrations de la forme ordinaire ?

Aurelio Porfiri : Elle le pourrait si la synergie voulue par Benoît XVI existait vraiment. Mais soyons honnêtes et réalistes : cette synergie n’existe pas ! Il y a toujours deux Églises, comme c’était le cas avant Summorum Pontificum : une Église qui, de façon gramscienne, a pris le contrôle des leviers du pouvoir ; et une autre qui continue à résister, avec plus ou moins de succès…

6) Cette année marque le dixième anniversaire du motu proprio Summorum Pontificum que vous venez de citer. L’enrichissement mutuel que Benoît XVI appelait de ses vœux est-il souhaitable et possible dans le domaine musical ?

Aurelio Porfiri : Je l’espère et j’y crois beaucoup. Hélas, les résistances sont fortes et nombreuses, de toutes parts. Certaines positions sont difficiles à concilier tant certains esprits sont fermés. Je demeure toutefois convaincu de la grande justesse de l’intuition de Benoît XVI.

7) Le 16 septembre 2017, vous dirigerez en la basilique Saint-Pierre de Rome la messe des célébrations officielles du dixième anniversaire du motu proprio. Vous travaillez même à la composition d’une messe originale pour l’occasion, ce qui est rare de nos jours, qu’il s’agisse d’ailleurs de l’une ou l’autre forme du rite romain. Nous voyons dans cette initiative la preuve de l’éternelle jeunesse de la liturgie traditionnelle : est-ce bien le cas ?

Aurelio Porfiri : Non, vous ne vous trompez pas. Nova et vetera : il s’agit bien là de l’éternelle jeunesse de la Tradition qui, aujourd’hui encore, nous parle et nous invite à sortir de nos écrins l’ancien qui sert de modèle au nouveau et le nouveau qui fait revivre l’ancien. C’est un défi difficile qui m’a été lancé et je sais que j’aurai du mal à satisfaire tous les observateurs. Mais peu m’importe en fait si je parviens à être artistiquement honnête et à servir Dieu dans la liturgie au meilleur de mes capacités.


Le maestro Porfiri dirigeant un chœur à Macao et, à droite, assis à l’orgue de la chapelle Sixtine.

II – LES RÉFLEXIONS DE PAIX LITURGIQUE

1) Depuis février 2016, notre édition italienne est heureuse d’offrir à ses lecteurs une série d’articles signés du maestro Porfiri qui portent sur la question du rapport entre la musique sacrée et la liturgie.Dans ces articles, Aurelio Porfiri offre, à la lueur de la constitution conciliaire sur la sainte liturgie, une réflexion argumentée qui prend appui sur le riche magistère musical des papes du XXème siècle, en particulier le motu proprio Tra le sollecitudine de saint Pie X de novembre 1903, la constitution apostolique Divini Cultus Sanctitatem de Pie XI de novembre 1928 et l’encyclique Musica Sacræ Disciplinæ de Pie XII de décembre 1955. Jusqu’ici, il a abordé les thèmes de la participation, de la solennité, de l’enrichissement du répertoire, de la distinction fondamentale entre chant religieux et chant liturgique et de leur regrettable confusion depuis la réforme liturgique, des antiphones, tandis que le prochain article portera sur le rôle missionnaire de la musique sacrée.

2) Les deux premiers numéros d’Altare Dei, la revue numérique dirigée par le maestro Porfiri rassemblent des auteurs qui comptent dans le paysage liturgique actuel comme le professeur Fagerberg, de l’université de Notre-Dame, qui y tient une rubrique sur la théologie de la liturgie ou le professeur Kwasniewski, promoteur infatigable de la forme extraordinaire du rite romain. Du côté musical, Monseigneur Miserachs Grau, directeur depuis 40 ans de la chapelle Liberiana de la basilique Sainte-Marie-Majeure, et l’abbé Friel, jeune organiste et compositeur du diocèse de Philadelphie, entourent Aurelio Porfiri. En plus des articles de fond, le magazine propose des rencontres comme celle avec Mgr Marchetto, historien du Concile de tendance « herméneutique de la continuité », et des témoignages comme celui du compositeur Colin Mawby. Enfin, et c’est semble-t-il la grande originalité d’Altare Dei nous disent les spécialistes de musique sacrée, chaque numéro comporte un cahier de 5 à 7 partitions de musique sacrée contemporaine. Au prix de 6 euros l’exemplaire, c’est certainement un cadeau aussi utile qu’abordable pour l’organiste de votre lieu de culte !

3) Dans ses réponses à nos questions 5 et 6, Aurelio Porfiri laisse transparaître un pessimisme certain. Au-delà de la sensibilité de l’artiste, avouons que cette humeur est hélas celle qui habite de nombreux catholiques vivant à Rome, ecclésiastiques comme laïcs. Le pontificat de Benoît XVI a en effet suscité un grand enthousiasme parmi les tenants de la forme ordinaire que sa démission suivie de l’arrivée du pape François, peu intéressé par les enjeux liturgiques, ont souvent transformé en déception. Forts de notre expérience du sort réservé à la liturgie traditionnelle au cours du dernier demi-siècle, nous ne pouvons qu’encourager nos frères « ordinaires » blessés par l’arrêt brutal de la réforme de la réforme – comme le sort réservé à l’appel du cardinal Sarah à célébrer ad Orientem vient de l’illustrer tristement – à ne pas se laisser démoraliser par les vents contraires. En effet, et même si le temps de Dieu n’est pas celui des hommes, quand les hommes s’emploient avec patience et constance à œuvrer ad majorem Dei gloriam, alors le Bon Dieu finit toujours par donner à leurs âmes en peine le réconfort dont elles ont tant besoin.

4) « On parle d’une via pulchritudinis, une voie de la beauté qui constitue dans le même temps un parcours artistique, esthétique, et un itinéraire de foi, de recherche théologique » expliquait Benoît XVI devant 263 artistes contemporains réunis dans la Chapelle Sixtine le 21 novembre 2009. Il poursuivait en citant Simone Weil : « Dans tout ce qui suscite en nous le sentiment pur et authentique de la beauté, il y a réellement la présence de Dieu. Il y a presque une incarnation de Dieu dans le monde, dont la beauté est le signe. La beauté est la preuve expérimentale que l’incarnation est possible. C’est pourquoi chaque art de premier ordre est, par essence, religieux ». En 2015, devenu pape émérite, il confiait qu’il appliquait particulièrement cela à la musique sacrée : « La musique sacrée occidentale est pour moi la démonstration de la vérité du christianisme. Il n’est pas nécessaire de l’exécuter toujours et partout, mais il serait dommage de la faire disparaitre totalement de la liturgie. Sa présence permet une participation spéciale à la célébration et au mystère de la foi. » (discours à Castelgandofo du 4 juillet 2015).

THE EARLIEST CATHOLIC CHOIR SCHOOL (Eng) – Rev. David M. Friel

Posted by on 21:39 in Sacred Music | 0 comments

THE EARLIEST CATHOLIC CHOIR SCHOOL (Eng) – Rev. David M. Friel

Many of the finest church musicians in the world are products of choir schools.  In the Catholic tradition today, regrettably, there are relatively few such venerable institutions.  Among the premier examples still thriving are St. Paul’s Choir School (Harvard Square), the Madeleine Choir School (Salt Lake City), and the Schola Cantorum of the London Oratory School (Brompton Oratory).  The practice of training choristers from an early age in structured environments such as these is a tradition with longer history than one might first imagine.

The search for the origins of the choir school takes us to the turn of the seventh century, during the pontificate of Gregory the Great (d. 604).  Whether Gregory was, himself, the founder of the Roman schola has been the source of significant debate (see Helmut Hucke, Die Entstehung der Überlieferung, 1958 and S.J.P. van Dijk, Gregory the Great, 1963).  The most recent scholarship indicates that a schola developed shortly after his papacy (McKinnon, The Advent Project, 2000, 359).  Its first location appears to have been along the Via Merulana, and it has been suggested that the group may have first been organized… (Here)

IL MITO DEL CONCILIO (Ita) – Aurelio Porfiri

Posted by on 20:41 in Sacred Music, Vatican II | 0 comments

IL MITO DEL CONCILIO (Ita) – Aurelio Porfiri

Stiamo ben attenti a vedere le cose come stanno, non ci inganniamo o autoinganniamo. Gran parte dei mali che viviamo oggi nella musica liturgica sono una porta che è stata aperta sul vuoto e la cui chiave è stata il mito del Concilio Vaticano II, non il Concilio reale, ma quello usato dal latore della chiave, molto spesso con indosso una tonaca (nei casi migliori), per scardinare tutto quello che di buono e bello la Chiesa aveva ereditato. Il clericalismo, il grande nemico degli ultimi decenni, si è servito di questo grimaldello non per far del bene al “popolo”, per cui sospetto non ha molto interesse, ma per rinforzare la propria posizione di potere. Cosa c’è di meglio che togliere al popolo la sua identità Cattolica, fatta soprattutto della sua tradizione? “Cantiamo qualcosa che sia il meno Cattolica possibile, un poco protestante, un poco new age, un poco sentimental romantica, così facciamo contento tutto l’arco costituzionale della modernità”. Qualcuno, giorni fa, diceva qualcosa su Facebook divertente, ma anche molto triste: “fare l’organista in Italia è come vendere salami in un paese islamico”. Forse è peggio. Le continue liti con sacerdoti che non sanno stare al loro posto e si arrogano il diritto di dirti cosa devi o non devi far cantare quando non hanno nessuna preparazione per prendere queste decisioni. Posso io cambiargli l’omelia? O suggerire come leggere il canone? Non me lo permetterebbero. Ma loro si sentono spesso in diritto di dirti cosa fare e cosa no, quando purtroppo non hanno la cultura sufficiente per potere orientare certe decisioni.

Quando qualcuno si arrabbia (perché esistono anche quelli che guardano i preti negli occhi, non quelli che sono solo capaci di reggergli solo – metaforicamente – i codazzi) ecco che loro ti buttano in faccia il mito del Concilio – questo lo ha detto il Concilio, questo lo vuole il Concilio – sperando nella ignoranza generale che c’è sul Concilio in quanto la gente, parliamoci chiaro, del Concilio conosce al massimo questa parola, “Concilio”, e poco altro. Ma se tu i documenti li hai letti, ecco il terrore nelle loro espressioni, ecco le accuse dicendoti che sei retrogrado, lefebvriano, passatista…e solo perché vuoi seguire quel Concilio a cui loro si appellavano un minuto prima! Il mito del Concilio declinato in “spirito del Concilio”, ha devastato la liturgia e la sua musica, l’ha resa vittima di una catastrofe di proporzioni apocalittiche. Papa Francesco denuncia il clericalismo, ma poi per sconfiggerlo può molto poco e non è colpa solo sua: tutto il sistema si regge su questo potere che non è essenziale al clero ma che gli permette privilegi che senza di esso sarebbero inimmaginabili. Cari organisti, sarebbe forse il caso che cominciaste a pensare di andare a vendere salami in un paese islamico. Vedendo come siamo ridotti qui e con molta prudenza, ci sarebbe senz’altro più soddisfazione.

PRIESTLY DIGNITY ACCORDING TO ANTONIO ROSMINI (Eng) – Enrico Finotti

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PRIESTLY DIGNITY ACCORDING TO ANTONIO ROSMINI (Eng) – Enrico Finotti

Priestly dignity, both in celebration and in the ordinary life of the clergy, succumbs disastrously as it gradually yields to secularism and the world makes its way into the sanctuary and the lifestyle of the sacred ministers. In one of his conferences on ecclesiastical duties (XI) Blessed Antonio Rosmini points out the pitfalls and their causes that threaten to cloak this noble virtue. His analyses are extremely timely and show us how far gone are the principles and behaviors of present ecclesial life from what they are from the current ecclesial life the principles and behaviors that were supposed to defend and ensure priestly dignity which is but the exterior mirror of the inward holiness.In the first part of the conference, this great thinker reflects upon the reasons for priestly dignity that finds its highest and truest motivation in holiness.  The priest must be holy…if by dignity we mean that that demeanor that is controlled, just and full of perseverance and modesty and reason, which is born and shines in the priest’s whole being and ministry when he is firmly rooted in God.  Who doesn’t see that the priestly dignity is a result of his holiness?… (Here)

 

WHAT IS THE MISTERY OF THE LITURGY? (Eng) – David W. Fagerberg

Posted by on 19:18 in Liturgy | 0 comments

WHAT IS THE MISTERY OF THE LITURGY? (Eng) – David W. Fagerberg

A word that has attached itself to the liturgy these days is the word “mystery.” This is all to the good, of course, but we must reflect within ourselves about what meaning we associate with the word. Does it mean what the thesaurus offers as a synonym: “unknown, unidentified, secret, furtive, cryptic, obscure, ambiguous”? I don’t think the theological meaning of mystery is to be found in any of those synonyms. What is the mystery of the liturgy?

Surely it is Christ. Christ is the mystery in the flesh, and the mystery of the liturgy is Christ’s presence. What he accomplished in his historical body he continues to unfold in his mystical body, the Church. From the incarnation, crucifixion, resurrection, and ascension pours forth a river of liturgy that spiritually irrigates our souls. To ask what mystery is going on in the liturgy is the same as asking what mystery was accomplished by Christ. Have we any clues?

We might turn to the book of Ephesians, because the mystery occupies Paul there. He says the Father has made known the mystery of his will (1:9); the mystery was made known to him by revelation…(here)

THE LITURGICAL ROLLERCOASTER: A RECENT PROPOSAL FOR 14 “IMPROVEMENTS” TO THE TLM (Eng) – Peter Kwasniewski

Posted by on 15:06 in Traditional Latin Mass | 0 comments

THE LITURGICAL ROLLERCOASTER: A RECENT PROPOSAL FOR 14 “IMPROVEMENTS” TO THE TLM (Eng) – Peter Kwasniewski

An interesting reading from New Liturgical Movement and Dr. Kwasniewski.

Just when one thinks that one has stepped off the heaving, rickety train or storm-tossed boat of liturgical change, someone of an impeccably reformist mentality will come along and propose unleashing Sacrosanctum Concilium on the usus antiquior, or returning to 1965, or cobbling together a hybrid OF/EF, or some other such monstrosity. So many of these issues have been thought through, messed with, fought over, and re-thought, that one would think we had safely entered a period of deep skepticism about further tinkering with elements that are almost always better than we think they are. As one gets to be on intimate terms with the TLM, one grows into its structure, prayers, ceremonies, and customs, and finds them to be eminently fitting.

At The Catholic World Report on January 31, Fr. Peter Stravinskas published “How the Ordinary Form of the Mass Can Enrich the Extraordinary Form.” As I went through his 14 suggestions, I couldn’t help but notice that almost all of them have been the subject of articles on NLM, critiquing the very things he’s advocating. Because of the complexity of the issues, and because there is no need to rewrite what has already been written if it will do the job, the present article will mostly take the form of links to articles that argue against Fr. Stravinskas’ ideas. A starting point would be this one: “Could the Traditional Latin Mass Be Improved—And Should It Even Be Attempted?”

Before I go into the 14 items, I will say that I appreciate Fr. Stravinskas’ honesty in admitting that the Novus Ordo has almost nothing to do with what the Council Fathers described in Sacrosanctum Concilium, even though we also know that Bugnini and Co. created enough loopholes in the document to drive a fleet of lorries through it. Without further ado:

1. Adoption of the revised lectionary

It is unclear why an “expanded” lectionary must mean a multi-year lectionary, let alone the revised lectionary we have. Ferial readings already existed in the Western rites and could be recovered, without substantial modification to the existing cursus. As I suggested in Resurgent in the Midst of Crisis, the readings for Saints’ days could have been enriched without difficulty (e.g., St. Anthony of Egypt could fittingly have had a lesson and Gospel perfectly reflective of his life and continued witness in the Church today: St. Paul about our struggle not being with flesh and blood, etc., and the Gospel of “Sell all, give to the poor” of his own conversion).

Beyond this, however, the adoption of the revised multi-year lectionary that has almost nothing in common with historical Roman precedent would be nothing short of a disaster. For arguments against its content and structure, see “A Tale of Two Lectionaries: Qualitative vs. Quantitive Analysis” and the further references given there.

2. Incorporation of additional Mass formularies

The addition of “historic euchological material” to the missal was done in an utterly inorganic manner, as committees of archaeologizing experts met to discuss their favorite textual digs, and all the bones and teeth, jewels and plates they recovered — many, no doubt, in excellent shape, but not something to be grafted on tout court by executive fiat. In this “enrichment” there was also a huge amount of excision and progressive rewriting, in other words, a distortion of the lex orandi. This has been thoroughly documented by Lauren Pristas. I talk about the inherent problem of the scissors-and-paste method of “making liturgy,” regardless of how good the material is, in my lectures “The Spirit of the Liturgy in the Words and Actions of Our Lady” and “Reverence Is Not Enough: On the Importance of Tradition.” (Editor’s note: see also this article on the process of tearing up ancient texts and stitching the bits back together to create new ones, “A Tradition Both ‘Venerable’ and ‘Defective’”, and this article which gives two examples, “The New Rite Prefaces for Advent.”)

3. Expand possibilities for solemnity

While I agree with Fr. Stravinskas that Sung Mass should be the norm or at least a lot more common, especially on Sundays and Holy Days (see “The Problem of the Dominant Low Mass and the Rare High Mass”), Fr. Kocik raised the question about the potential pitfalls of the new mix-and-match model of progressive solemnity here, Ben Yanke added a dose of realism here, and Fr. David Friel a number of excellent points here.

4. Elimination of duplicate recitations

Fr. Stravinskas objects to the manner in which, at High Mass, the priest is required to repeat a number of texts that are being sung by other ministers. It is true that certain monastic families have omitted these recitations, and for them it seems to have worked well. However, it is far from clear that there is any demand or desire for this among the secular clergy or the faithful. For an argument against the idea: “Is It Fitting for the Priest to Recite All the Texts of the Mass?”

5. Restoration of Offertory Procession and Prayer of the Faithful

The “offertory procession” as it was fashioned by the Consilium bears little resemblance to any historical precedent in the West; it is a fanciful creation loosely based on the custom of people handing in bread and wine before the service began. (See Paul Bradshaw’s article “Gregory Dix and the Offertory Procession.”) Its current form seems to be another method for giving jobs to lay people, like a WPA for the unemployed in the Depression.

As for the Prayer of the Faithful (or the General Intercessions), sed contra: “The Distracting Prayer of the Faithful,” to which Fr. Friel added a further point here. Yes, they could be elevated, but why? Almost all of the things we usually pray for are already prayed for in the Roman Canon and in various other prayers of the Mass.

6. Re-order the dismissal rite

If we understand the Mass as the offering of the Holy Sacrifice, then Ite missa est is most appropriately said when the liturgical offering is complete, namely, after the Postcommunion. The blessing of the people is an afterthought — and a most welcome one, as is the Last Gospel. After the people respond Deo gratias, the priest turns around to pray a last private prayer, the Placeat tibi, which allows the congregation time to kneel in preparation for the blessing of the priest. (Side-note: I’ve grown to appreciate kneeling for that final blessing, which has habituated me to value a priest’s blessing as something special, in the way that the traditional rite of blessing holy water teaches one to appreciate this sacramental more than a hasty pseudo-blessing from the Book of Blessings.) The fact that certain things are “add-ons” doesn’t mean they should be excised, as even Father admits.

7. Move the “fractio” from the Libera nos to the Agnus Dei 

Here once again, the reformers went far beyond the mandate of the Council in disturbing a very ancient custom for no discernible good reason. The Agnus Dei is a later addition to the Order of Mass (and certainly a very worthy one) made by Pope St Sergius I at the end of the 7th century; the Fraction, on the other hand, is as ancient and universal as the Mass itself. The separate consecration of the bread and wine, also an ancient and universal feature of all historical Christian rites, represents the shedding of Christ’s Blood, which is to say, the separation of His Blood from His Body, and hence His Death. The Fraction ritual, at which they are reunited, represents the Resurrection.

In accordance with the Western Church’s ancient tradition, the priest has thus far only addressed God the Father in prayer from the Preface until the end of the Libera nos. (A tiny handful of Secrets are addressed to the Son, all but one of them quite late additions; at most Masses, the priest has spoken to the Father since the beginning of the Offertory, apart from the prayer Suscipe Sancta Trinitas.) Only after the Fraction, the representation of the Resurrection, does he say and the choir sing the Agnus Dei, addressing the Son, the Lamb of God whom St John sees in the heavenly court, acclaimed by the Angels and Saints: “The Lamb that was slain is worthy to receive power, and divinity, and wisdom, and strength, and honor, and glory, and benediction.” And only once this has been accomplished does the celebrant invite the faithful into the peace of the Risen Christ, after which the rite of the Peace begins. (The addition of “always” to the celebrant’s address to the people, “May the peace of the Lord always be with you,” which occurs only here, emphasizes this vision of Christ in eternity.)

The modern displacement of the Fraction to the Agnus Dei has turned one of the most crucial moments of the Mass into an afterthought, and something which is routinely not even noticed by the congregation, as they are busily shaking each other’s hands.

8. Make clear that the homily is a true part of the Sacred Liturgy

Rather: let us make it clear that the homily is not a part of the liturgy. Please! One can still restrict it to those who have been ordained for the office of preaching, without considering it to have the status of part of the Church’s public worship that is done by Christ the Head in union with His members. See point #3 in this article.

9. Maintain the integrity of the Sanctus

On the contrary, one of the most beautiful touches in the old rite is when the choir, singing a polyphonic Sanctus, can stop after the first Hosanna, as if crying out to welcome the coming King, kneel in silence, adore the Blessed Sacrament elevated, then resume with the absolutely fitting words: “Blessed is He who comes in the name of the Lord,” with a final resounding Hosanna to the Son of David, exalted on high in His glorified flesh and blood, now present upon the holy altar. (Editor’s note: and we can pretty much assume that the entire corpus of works like this will disappear, since no one will want to wait six minutes to start the Canon.)

10. Adopt the rubrics of the OF for the Communion Rite

In the historical Western rites, the celebrant is always the one who chants the Lord’s Prayer, whether at the Divine Office or at Mass, in his capacity as minister of the High Priest and representative of the people. That this is an ancient custom may be seen from the shape of the plainchant, where the tone dips down at “Et ne nos inducas in tentationem” (in line with the distinctively priestly tone used elsewhere with “Per omnia saecula saeculorum”), whereupon the people respond, “Sed libera nos a malo.” It is one of the bones of the rite, so to speak.

As for saying the remainder of the prayers aloud, this only adds verbosity. Everyone knows what the priest is praying for and we can all join ourselves to the intense silence. That short silence after the Lord’s Prayer is much appreciated by the congregation, as we transition from the worship of the Lamb to the partaking of the Lamb in Holy Communion.

11. Face the people when addressing the people; face God when addressing God

I defend (in passing) the custom of reading the readings versus Deum in this article: “In Defense of Preserving Readings in Latin.”

12. Unite the calendars of the OF and EF

Fr. Stravinskas thinks that Christ the King should be the last Sunday of the liturgy year. Traditional Catholics beg to differ. I would certainly agree that some of the more recent saints should be added to the 1962 calendar, but the OF calendar as a whole is a disaster (loss of Pentecost octave, loss of correct days for Epiphany and Ascension, loss of Epiphanytide, loss of Septuagesimatide, and on and on) that it needs to be scrapped, with the EF calendar taken as the norm and regional or recent saints carefully added to it. (Editor’s note: the drastic mutilation of the temporal cycle removed from the Roman Rite almost all of its characteristically Roman features, as I explained in this article, “The Octave of Pentecost: A Proposal for Mutual Enrichment”. This is one of the most notable examples of how the reformers went far beyond the mandate of Vatican II.)

13. Modify the rubrics

Fr. Stravinskas repeats the call for removing “useless repetitions.” There are so many reasons not to reduce or remove repetitions, not the least of which is that they are not useless. See this comparison of the Rosary to the Mass. It is a curious part of our modern mentality that dictates we should cut out anything that’s not immediately and obviously useful. In that case, we should perform tonsillectomies and appendectomies on everyone. Rather, we need to expand our notion of what is useful by thinking of what is noble and fitting.

14. Rename the two principal parts of the Mass

Fr. Stravinskas argues against the ancient division of the Mass, never modified until the revolutionaries of the 1960s got greased up for action. For a refutation, see: Why “Mass of Catechumens” Makes Better Sense Than “Liturgy of the Word.”

In any case, it is odd when an author invokes Pius XII’s denunciation of “antiquarianism” for the retention of the term “Liturgy of the Catechumens” (even though this had never fallen out of usage, so it’s not an antiquarianist recovery), while simultaneously advocating just the kind of antiquarianism Pius XII did warn against by going on about the ancient venerableness of obsolete elements like the Offertory Procession or the Prayer of the Faithful.

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Finally, for two articles that present the other side of the argument, namely, what the OF desperately needs to learn from the EF, see:

Imbuing the Ordinary Form with Extraordinary Form Spirituality

How the Traditional Latin Mass Fosters More Active Participation than the Ordinary Form

WHY YOU SHOULD CARE FOR THE MUSIC IN YOUR CHURCH (Eng) – Aurelio Porfiri

Posted by on 14:50 in Sacred Music | 0 comments

WHY YOU SHOULD CARE FOR THE MUSIC IN YOUR CHURCH (Eng) – Aurelio Porfiri

There are many reasons that could be given to show that the music in the liturgy is essential and must therefore be treated with particular attention. I want to focus on what the ancients have always known, especially the Greeks, and that modern neuroscience has confirmed: music has a profound effect on our mood and how we see things…(here).