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Sulla memoria – Aurelio Porfiri

Posted by on 19:29 in Musica | 0 comments

Sulla memoria – Aurelio Porfiri

Sembrerà forse strano per qualcuno che io debba parlare di qualcosa così impalpabile come la memoria in rapporto al fare musica, abituati come siamo ai vari spartiti e sussidi vari che ci aiutano a ricordare quello che dobbiamo suonare o cantare. Ma, non dimenticate mai, questi “aiuti” sono un fenomeno abbastanza recente, infatti prima dell’invenzione della notazione la memoria giocava la parte da leone. Abbiamo già detto di come la notazione ha senz’altro portato benefici di un certo tipo, ma da un altro, se mi è permesso dire in questo senso, ci ha allontanato da quella vita intrinseca al fare musica.

Quello che prima era consegnato alla memoria per essere riprodotto, ora ha un supporto artificiale, in un certo senso, che è quello dello spartito. Ci sono varie scuole tra i direttori di coro, tra chi favorisce il cantare a memoria e chi non ha problemi a far usare consistentemente lo spartito. Io penso la memoria sia melgio e per alcune ragioni.

Chi canta a memoria può liberamente posizionarsi in rapporto al suo corpo e alla sua voce senza che sia costretto a tenere qualcosa per le mani, come nel caso della cartellina per gli spartiti. Essendo la voce uno strumento del tutto particolare e giudicato superiore anche nella musica sacra (ecco il favorire il canto a cappella nella tradizione romana) proprio perché non si appoggia a nulla di artificiale. Quindi, nel caso del canto a memoria si elimina anche quella piccola mediazione artificiale che è costituita dal leggere lo spartito che, lo vogliamo o no, in qualche modo limita.

Chi canta  a memoria, fateci caso, è più sorridente. Non saprei spiegare il perché compiutamente, ma viene da pensare che il ritenere in sé la musica come un tesoro che si condivide dia più gioia a chi canta, rispetto a chi è costretto dallo spartito. Ora, non voglio assolutamente demonizzare lo spartito, sto parlando di cosa è meglio quando e se possibile.

Chi canta a memoria guarda gli altri più di chi tiene lo spartito. Non sono accadimenti assoluti, ma in generale questa è la tendenza. Chi canta a memoria è più libero di chi deve cantare costretto a guardare sul foglio.

In alcuni casi la memoria anche costringe, quando ci sono coloro che concentrano nel “ricordare” i loro sforzi vanificando quel senso di liberazione che dovrebbe invece pervaderli. Questo accade quando la memoria del pezzo non è ben allenata, quando non si è provato abbastanza. La gioia di ritenere un pezzo a memoria e di poterlo condividere in armonia con gli altri è una sensazione senza prezzo.

Come si allena la memoria? Si inizia sempre, naturalmente, con l’ausilio dello spartito. Ho notato che più la memoria viene esercitata e più diviene poi facile memorizzare. Una buona cosa è anche che il direttore, se ne è capace, sappia spiegare il pezzo in modo che chi canta sappia destreggiarsi fra le tortuosità tecniche per poter far proprio più facilmente il pezzo stesso. Se io devo andare in una strada che non conosco e mi viene data qualche indicazione in più (a destra c’è un ristorante cinese…ci sono molti alberi…all’inizio della via vedrai una palazzina rossa…) sarà più semplice ricordare il luogo piuttosto che avere semplicemente l’indicazione della via. Più che riempire gli spartiti di duecento segni espressivi la qualcosa è poi non così utile (lo vedremo) si spieghi il percorso del pezzo, magari mentre lo si prova con lo spartito.

Ad una mia allieva che voleva qualche consiglio sulle sue esecuzioni organistiche, non parlavo di forte e piano, ma del senso di quello che stava suonando, perché doveva stare attenta a quell’accordo o a quella nota e dove questo l’avrebbe portata. La mia studentessa era piacevolmente sorpresa perché mi diceva che per la prima volta capiva quello che gli avevano fatto suonare senza discutere.

Ecco, quello sarebbe il direttore da considerare, non quello che si vesta da pinguino per farsi applaudire da parenti e amici. La funzione “sciamanica” del direttore è molto più importante di tutte le pinzellacchere che gli sono state costruite intorno. In effetti ho sempre detto, parlando del nome inglese del direttore di coro, che preferisco conductor a director. Il conductor indica, conduce, mentre il direttore impone, solitamente se stesso.

 

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Sulla cartellina per gli spartiti – Aurelio Porfiri

Posted by on 15:05 in Musica | 0 comments

Sulla cartellina per gli spartiti – Aurelio Porfiri

Forse per chi non è un direttore di coro non sembrerà che il tema della cartellina che contiene gli spartiti da usare nei concerti per i cantori, sia un tema importante. Lo capisco, in effetti non lo è neanche per il direttore di coro stesso, fino a quando non deve affrontare questo tema. Ma in fondo questo è un tema che poi riguarda anche i solisti, anche la musica cameristica. In questo caso di solito il problema è risolto con l’uso di un leggio, cosa che anche alcune formazioni corali usano. Ma per formazioni numerose non è certamente molto pratico, senza contare che bisogna portarsi il leggio appresso (pure se oggi ne esistono di pieghevoli e maneggevoli). Ora, è veramente importante parlare delle cartelline per gli spartiti? Lo è, in quanto esse formano una parte che contribuisce all’estetica dell’apparire e influisce indirettamente sull’estetica dell’essere. Dal modo con cui si maneggiano questa cartelline, ne può anche discendere anche una maggiore o minore efficacia del fare musica in coro.

In effetti non mi dilungherò qui sul colore, forma e consistenza. Da esteta, vorrei dire che sarebbe bene la cartellina si possa intonare all’uniforme del coro. Non so, se l’uniforme è blu, una cartellina arancione a me mi farebbe saltare sulla sedia (ma se a voi piace allora vuol dire che tutto è proprio relativo). Io non credo bisogna spendere fortune sulle cartelline, anche un cartoncino maneggevole può fare all’uso, posto che gli spartiti possano essere maneggiati con agilità al suo interno, perché questo è poi lo scopo.

Come si tiene la cartellina? Alcuni la tengono come copertura, quasi che essi fossero in incognito nel coro e usano la cartellina per non farsi scoprire. Ora, la cartellina che vela il cantore è senz’altro da condannare senza appello, la cartellina invece rivela il cantore. In che modo? Perché il suo uso corretto mette il cantore in contatto immediato con gli elementi immediati (ma non fondamentali) dal fare musica: lo spartito, il direttore, il pubblico. Tenendo una posizione pienamente eretta, con lo spartito appoggiato su una o due mano come una pizza sulle mani di un cameriere ma leggermente reclinato verso il cantore stesso, permette di vedere cosa è scritto e nel contempo non perdere d’occhio le mani del direttore che, se servono a qualcosa, servono come i segnali di un vigile urbano in una strada trafficata, cioè per fare in modo che tutti possano iniziare e finire insieme e non andare a sbattere.

Ora, certamente l’interazione fra il direttore e i cantori attraverso la musica è molto più profonda e va ad un livello molto più importante di quello del banale concerto, ma visto che per molti cantori (e direttori) il fare musica comincia e finisce con questi carnai organizzati come pranzi di gala, bisognerà anche dare qualche cura a questi momenti. Nello stesso modo quando si canta in chiesa, non può pensarsi che quel cantare è fine a se stesso, o si perderebbe totalmente lo scopo per cui si sta facendo quello che si fa.

Il cantore non deve guardare né lo spartito né il direttore, ma in mezzo, come se il suo occhio potesse cogliere una linea misteriosa che connette colui che si sbraccia di fronte a lui con la povera resa notata sulla carta del mistero musicale. A volte i direttori sono terribili e pure gli spartiti, ma che ci volete fare, dobbiamo navigare nella mediocrità per godere delle isole dell’eccellenza.

Parlerò della memoria in un’altra occasione. Qui invece vorrei dire dell’uso che alcuni fanno o hanno fatto di mezzi tecnologici più avanzati, come per esempio gli Ipad come lettori per gli spartiti. Di principio mi sembra una buona cosa, io non sono contro la tecnologia se serve e non è servita. Certo è una situazione non molto pratica per molti cori, specie amatoriali. Facciamo due conti. Per delle buone cartelline per gli spartiti, per un coro di 50 persone, si potranno spendere forse 500 euro (ipotizzando un prezzo di 10 euro l’una). 50 ipad vengono sui 25.000 euro in totale, la differenza è astronomica. Non credo però sarà impossibile pensare che nel futuro possano essere creati delle cartelline per gli spartiti tecnologiche, in cui il direttore possa automaticamente aggiornare gli spartiti con le sue segnalazioni, fare correzioni e archiviare migliaia di spartiti in formato digitale con risparmio notevole di carta. Io penso sarà senz’altro un contributo interessante al fare musica. Già gli ipad sono usati da strumentisti e hanno App dedicate proprio per questi scopi.

Insomma, il direttore coscienzioso deve salvaguardare la posizione eretta, fare in modo che il tenere la cartellina in mano non sia scusa per ingobbirsi in se stesso. Come detto, bisogna interrogarsi se non sia bene fare proprio a meno delle cartelline esercitando la sacra arte della memoria: ma di questo parlerò in seguito, con la dovuta dovizia di particolari.

 

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Sul diapason – Aurelio Porfiri

Posted by on 14:57 in Musica | 0 comments

Sul diapason – Aurelio Porfiri

Avete presente quelle persone che ad ogni nota che viene emessa da un coro o da un solista sono lì a tormentare il loro diapason per controllare l’intonazione? Penso che questa sia una visione comune a tutti coloro che hanno a che fare con la musica. Ora, naturalmente l’intonazione è certo importante, ma non bisogna farne un totem nel modo sbagliato. Ci sarebbe da riflettere sul fatto che l’accordatura del La a 440 hertz è cosa del secolo passato e raggiunta poi dopo molti compromessi. Certo ha la sua utilità il fatto che essa sia standardizzata in modo che ci si trova sempre con strumenti che suonano sulle stesse frequenze, ma in passato, specie nella cosiddetta musica antica, la scrittura era relativa, cioè il direttore o il cantore responsabile poteva scegliere quale tipo di intonazione si adattava meglio al gruppo vocale in questione. Sappiamo anche che fino a non molto tempo fa, i diapason erano diversi a seconda delle città, per cui in una città uno stesso pezzo poteva risultare più alto o più basso rispetto ad un’altra città, pur se scritto ed eseguito nella stessa chiave.

Ora, concedo che tutte queste cose sono veramente importanti. E proprio per questo ci invitano ad avere un approccio più olistico al problema dell’intonazione. Essa spesso presenta delle caratteristiche che sono abbastanza consistenti: in un coro l’intonazione si “intona” con il tempo se il Maestro sa mettere nella necessaria coordinazione i diversi elementi del gruppo ed insegna ad ascoltare ed ascoltarsi. Spesso si parla solo dell’ascoltarsi, ma c’è un ascolto che è più importante del semplice ascoltarsi, un ascolto che si innalza sui singoli elementi del gruppo e riesce a cogliere un’armonia generale che è un livello molto più alto e molto più profondo del semplice ascolto dei singoli. Di solito, quando quel livello viene raggiunto, e non è detto che succeda, c’è una sorta di intonazione spontanea, è veramente difficile che il coro “stoni” perché il coro è intonato a questa armonia musicale più alta, più che alla frequenza aleatoria di un diapason.

Se si ha una consapevolezza dell’evoluzione del diapason, si riesce a relativizzare anche un certo fanatismo dell’intonazione che non rivela il vero problema, ma solo lo maschera. E, altra caratteristica importante, bisogna essere bene attenti a non ridurre l’intonazione a quello che suona il piano ma bisogna essere intonati in modo da non stonare con il piano. Sembra un controsenso ma non lo è. Aiutare l’intonazione facendo solo e sempre sentire le note con il piano, specie nella musica a cappella, costringe in un tipo di performance che non è liberante ma costringente, perché la voce ha sfumature espressive estremamente più varie di quelle fissate ed eseguibili dal martelletto di un pianoforte o dalla canna di un organo. per carità, tutti lo facciamo e tutti usiamo ad un certo momento l’organo o il piano per aiutarci a far intonare, ma bisognerebbe essere attenti che questo non divenga una modalità esclusiva. Perché alla fine non aiuta e maschera un problema che poi non si potrà più risolvere.

L’intonazione è un processo interno alla persona e poi al gruppo vocale e corale, è un processo di autoconoscenza e di presa di contatto con l’armonia superiore di cui dicevamo. Certo il medico è colui che da le medicine, ma si può ridurre un medico solo a quello? Il diapason è una sorta di medico, ma non può divenire il padrone della performance. L’intonazione è un processo di armonizzazione sulle vibrazioni nostre e degli altri; essa ci permette di riempire il silenzio con sonorità che corrispondono ad un certo ordine e ad una certa misura.

 

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Sullo spartito musicale – Aurelio Porfiri

Posted by on 21:38 in Musica | 0 comments

Sullo spartito musicale – Aurelio Porfiri

Per chi è musicista, cantore, organista, direttore….ci avete mai pensato a quanti pezzi di carta vi sono passati per la mano? In effetti non potremmo farne a meno, visto che ci ricordano le melodie, le armonie, i ritmi. Noi lo diamo per scontato, perché oramai siamo così abituati che ci sembra naturale che questo accada.

Eppure c’era un tempo in cui gli spartiti non esistevano, c’era un tempo, forse felice, in cui la memoria elaborava e variava le composizioni a seconda dell’estro dell’esecutore. Oggi il poter annotare tutto ci aiuta senz’altro da un certo punto di vista, ma da un altro certo limita questa facoltà di cui abbiamo fatto uso per millenni. In fondo tutta la musica prima che ci fosse un sistema di notazione condiviso, si basava su alcune melodie che venivano variate dagli esecutori. In fondo ciò era vero anche per quello che oggi chiamiamo canto gregoriano, probabilmente esistevano degli schemi melodici adattati a certi testi che erano poi variati a seconda delle diverse scuole esecutive. Le melodie erano quelle, ma le possibilità che esse concedevano erano molteplici. I greci avevano i nomoi, melodie che avevano delle norme prestabilite per l’esecuzione ma che anche lasciavano grande spazio all’improvvisazione.

Certo la notazione musicale è una cosa splendida e non sarebbe possibile una composizione complessa con molti strumenti e armonie senza questo mezzo, ma pensiamo anche a cosa abbiamo perso, pensiamo quando abbiamo il nostro spartito in mano, segnato, con tanti tratti di penna o matita per ricordarci di enfatizzare questa o quella nota, pensiamo a come sarebbe bello ritrovare anche quella spensieratezza e libertà nel senso bello e creativo che c’era prima dell’avvento della notazione. Non rimpiangiamo questa grande cosa, ma cerchiamo anche di non dimenticare il buono che c’era in quello che la precedeva.

Io sono sicuro che Guido d’Arezzo non se la prenderebbe, pure lui capirebbe che chi è veramente libero non ha paura di sfidarsi.

Quando prendiamo il nostro spartito in mano, uno spartito che magari custodisce una musica bellissima per la gloria di Dio, una musica che sembra discesa dal cielo, guardiamolo con gli orecchi ed ascoltiamolo con gli occhi. Pensate che mi sono confuso? No, non direi. L’orecchio deve essere in grado di percepire un’armonia perfetta anche prima di essere in grado di poterla ascoltare, mentre gli occhi devono essere in grado di fare senso di una coerenza nell’insieme della notazione pur prima di analizzare tecnicamente cosa è scritto.

Ci sono dei musicisti in grado di giudicare della bontà di una musica al primo sguardo. Questo è possibile, perché c’è una coerenza strutturale che addirittura precede il fatto musicale in se stesso. Prima anche di ascoltare come suonerà quel pezzo si potrà dire se esso è coerente in se stesso o no. In fondo uno spartito, per la maggior parte di coloro che lo tengono in mano, nasconde più segreti di quelli che rivela.

 

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La forza della preghiera: padre Giovanni Garbolino – Aurelio Porfiri

Posted by on 16:38 in Portraits, Priesthood | 0 comments

La forza della preghiera: padre Giovanni Garbolino – Aurelio Porfiri

Al tempo in cui ero organista in San Pietro, ricordo di un anziano prete che mi fu introdotto da una signora che conoscevo tramite padre Zoffoli, di cui ho parlato in precedenza. Questo prete, un missionario della Consolata, mi faceva una proposta che sul momento mi fece trasalire, e non in senso del tutto positivo. Questa proposta era di suonare per la loro veglia di preghiera mensile, che si svolgeva in un chiesa molto vicina a dove vivevo (e su questo non c’era problema) e che sarebbe andata avanti da tarda sera fino al mattino, insomma stare 6 o 7 ore all’organo. Il prete che aveva avanzato questa “assurda” richiesta (che poi ho accettato) era padre Giovanni Garbolino (1913-2000).

L’ho conosciuto che era già anziano, molto anziano, ma in comune con il padre Zoffoli aveva questo aspetto fanciullesco e questa volontà indomita di difendere la fede, nel suo caso con la forza della preghiera. Quando avevo occasione di parlarci o di ricevere lettere da lui, ricordavo che venivo impressionato dalla sua mitezza ma al contempo dalla sua forza interiore, una forza che veniva da una fede certamente coltivata in altri pascoli culturali, rispetto a quelli che abbiamo oggi a disposizione.

Era un tipo interessante padre Garbolino, non solo per la sua attività al tempo in cui l’avevo conosciuto, ma anche per i suoi contatti con la figlia del dittatore comunista Stalin, figlia che aveva aiutato a convertirsi al cattolicesimo. In un articoletto in La Repubblica (2 febbraio 1996) così viene raccontato il fatto: “Svetlana, figlia del dittatore sovietico Stalin, si è fatta suora e vive in un convento: lo rivela il settimanale Chi, in edicola domani, che pubblica tra l’ altro una serie di lettere della donna ad un sacerdote italiano. “Svetlana – si legge in un’ anticipazione del settimanale – che compie quest’ anno 70 anni, ha avuto un’ esistenza complicata, sposandosi quattro volte e mettendo al mondo tre figli. Nel ‘ 67, dopo la morte del padre, fuggì dall’ Urss chiedendo asilo politico negli Usa. Appena arrivata in Occidente conobbe un sacerdote italiano, padre Giovanni Garbolino, missionario dell’ istituto dell’ Immacolata, che divenne il suo direttore spirituale e la guidò alla scoperta della fede e poi alla maturazione della vocazione religiosa”.”

Nel riordinare l’archivio del padre Zoffoli ho scoperto molte lettere che padre Garbolino gli aveva indirizzato, lettere ardenti nel difendere la fede che veniva calpestata da movimenti ecclesiali che al tempo godevano di protezioni al più alto livello. Io penso che oggi sia padre Garbolino che padre Zoffoli sarebbero estremamente sorpresi nel vedere come in neocatecumenali oggi vengano considerati quasi come conservatori sui temi etici e morali rispetto alla situazione corrente. In effetti sappiamo che essi furono tra gli animatori dei vari family day. Sarei curioso di sapere come se lo spiegherebbero. Ma certamente una spiegazione che io posso fornire, è che sono passati quasi 20 anni dalla loro morte, un tempo in cui gli smottamenti nella Chiesa, dal punto di vista dottrinale, etico e teologico, sono stati ancora più violenti di quelli che si sperimentavano al tempo di Giovanni Paolo II.  Oggi la Chiesa è veramente spaccata in due, una spaccatura che difficilmente sarà risanata in pochi decenni.

Tornando al nostro sacerdote, devo dire che ricordo sempre con grande edificazione personale quel suo candore unito alla sua forza interiore, quel suo essere sempre instancabile promotore delle sue veglie eucaristico-mariane, la cui efficacia difendeva fino all’ultimo respiro. Certo, dai miei ricordi posso dire che non fu certo tutto rose e fiori, compresi i rapporti con la parrocchia dove queste veglie si svolgevano e non pochi dei partecipanti si addormentavano durante le lunghe cerimonie. Eppure, malgrado l’imperfezione dei partecipanti, queste veglie avevano un senso, perché erano un segno di reazione da parte di alcuni semplici fedeli in un mondo che cambiava troppo rapidamente, un mondo che voleva mettere per sempre da parte quei valori religiosi e culturali che hanno fondato e resa splendente la nostra civiltà.

 

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Lottare per la fede: padre Enrico Zoffoli – Aurelio Porfiri

Posted by on 15:42 in Portraits, Priesthood | 0 comments

Lottare per la fede: padre Enrico Zoffoli – Aurelio Porfiri

Ho visto poche persone che sapevano coniugare la mitezza nei modi con la forza nelle azioni come padre Enrico Zoffoli, passionista. L’ho conosciuto circa 23 anni fa e sono stato suo discepolo per dei corsi di filosofia che teneva presso una sala del convento della Scala Santa in Roma. Oramai sono più di 20 anni che ci ha lasciati, ma quando si parla di lui ancora si fa riferimento alla questione dei neocatecumenali, di cui fu non nemico, ma inflessibile osservatore. In effetti tutta la sua opera filosofica e teologica è passata in secondo piano per dare spazio solo a quella polemica che ebbe con questo movimento ecclesiale, una polemica che pagò duramente sia nella sua congregazione che nei rapporti con la gerarchia ecclesiastica.

Padre Zoffoli a 80 anni aveva ancora lo sguardo di un bambino, ma aveva interiormente la forza di un leone e non si piegava se pensava che qualche parte della fede cattolica era stata minacciata, una fede che difendeva con le unghie con i denti e, soprattutto, con la forza della sua profondissima preparazione filosofica, spirituale e teologica. Padre Zoffoli si era convertito quando aveva 16 anni, facendo visita ad un suo zio passionista e da quel momento volle essere in tutto e per tutto un degno figlio spirituale di San Paolo della Croce, suo fondatore. La sua biografia del fondatore è un’opera di immensa erudizione, ancora oggi ritenuta come un punto di riferimento per gli studi agiografici sul grande santo. Fu scritta più di 50 anni fa, divisa in 3 volumi. Come poi non pensare agli studi sulla comunione sulla mano, sulla confessione, su Galileo, sulla Chiesa. Tra i suoi lavori teologici c’è un volumetto, che ho ripubblicato con il nome di Abbà e che ho fornito di una ampia introduzione. In essa ho voluto mettere in risalto come padre Zoffoli, per tutta la sua vita, ha sempre teso a congiungersi con la verità essenziale, senza paura per le persecuzioni e le incomprensioni, sapendo che queste sono spesso il presso da pagare per quella.

Lo ricordo ancora nel tempo della malattia, quando oramai era stato fisicamente domato dal male. Ma ancora era sempre teso a quella verità a cui aveva dedicato tempo, energie e lavoro. Oramai la gran parte dei suoi volumi (forse tranne quello che ho ripubblicato io e uno sulla pena di morte firmato con il nome di Catholicus) sono fuori catalogo. Io penso che oggi si sarebbe rattristato nel vedere la profonda divisione che attanaglia la sua Chiesa, ma anche rallegrato nell’osservare tanti e tanti giovani che non la bevono, che cercano un ritorno a quello che è buono e giusto. Che bello sarebbe stato se questi giovani avessero potuto conoscere padre Zoffoli di persona, osservare come non è necessario essere violenti per affermare le cose vere e importanti. Ma ne sono sicuro, verrà il suo tempo, il tempo in cui tutti potranno contemplare la sua opera monumentale.

 

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Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica

Musica e genio: il Cardinale Domenico Bartolucci – Aurelio Porfiri

Posted by on 16:46 in Priesthood, Sacred Music, Senza categoria | 0 comments

Musica e genio: il Cardinale Domenico Bartolucci – Aurelio Porfiri

 

Nell’anno 2017 abbiamo considerato molti anniversari nell’ambito del cattolicesimo. Citando a memoria, penso al centenario delle apparizioni di Fatima, i 90 anni di Benedetto XVI, i 10 anni del Motu Proprio Summorum Pontificum, i 10 anni della lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi. Sicuramente ce ne sono altri. Io vorrei ricordare ancora i 100 anni dalla nascita del Maestro e Cardinale Domenico Bartolucci, che ricordo non solamente perché fu mio insegnante, ma perché lo ritengo un genio assoluto, il più grande autore nel campo della musica sacra nel XX secolo. Credo che prima o poi questo verrà acquisito dalla musicologia specializzata. Io sto scrivendo un libro su di lui, facendo uso anche di materiali inediti che ho avuto la fortuna di scovare in archivi vari. Spero presto di pubblicarlo.

Domenico Bartolucci nasceva a Borgo San Lorenzo, un piccolo paese vicino Firenze, nella parte centrale dell’Italia, il 7 maggio 1917. La mamma era una contadina mentre il papà svolgeva il mestiere dell’operaio, ma anche cantava in chiesa, pur se non da professionista. Ogni paese, anche se piccolo, aveva una straordinaria attività musicale, con cori, bande, compagnie liriche e naturalmente le attività musicali legate all’attività liturgica della chiesa cattolica.

Egli, fin da giovane mostrava una doppia vocazione: alla musica e al sacerdozio. Fin da bambino era immerso nel mondo musicale della chiesa cattolica, come ci raccontava lui stesso: “Quand’ero ragazzo ricordo che il popolo cantava in chiesa. Cantava ai Vesperi (tutto a memoria: antifone, salmi ed inni), cantava alle Funzioni devozionali (Via Crucis, funzioni mariane ecc.), cantava alle Processioni (Magnificat, Te Deum, Lauda Sion, Inni), cantava anche alla Messa solenne talvolta (quand’ero ragazzo tutte le domeniche nella mia Pieve c’era la Messa solenne, e nelle domeniche ordinarie cantava da sé il popolo). Cantavo anch’io, o dietro l’altare con mio padre, cantore di chiesa, o col popolo nelle panche quando non c’erano i cantori dietro l’altare. Il popolo cantava: cantava a gran voce, un canto che secoli e secoli gli avevano tramandato, un canto potente, severo e forte, che i ragazzi imparavano dai grandi non sui banchi di scuola o in sala di prove ma nell’uso costante, nella pratica continua di chiesa. Come non ricordare con commozione ancor viva la partecipazione di tutto il popolo alla Liturgia dei Defunti e specialmente alle Esequie? Tutti, dico tutti, cantavano a gran voce il “Libera me Domine” e poi “In Paradisum” e poi il “De Profundis”…! Tutti! E il canto, bellissimo canto, acquistava un valore ineguagliabile ed era l’ultimo saluto accorato ed alto al defunto che lasciava la sua chiesa dove chissà quante volte aveva egli pure cantato a piena voce le lodi di Dio! Il popolo cantava!”. 

Dopo le scuole elementari, in cui gli fu concesso di saltare alcuni anni perché aveva acquisito una preparazione superiore con lo studio in famiglia,  entrava nel Seminario di Firenze, dove si dedicava anche alla musica, cantando tra le voci bianche del coro del Seminario. Qui cominciava i suoi studi con il maestro di coro del Seminario, Francesco Bagnoli. Lo studio del pianoforte nel seminario non era molto semplice. Il giovane studente, quindi, arrivò a fabbricarsi una tastiera di cartone su cui poter esercitarsi. A 12 anni componeva una Messa ed un Ave verum a 2 voci. A 16 anni comporrà un’altra Messa, con una tecnica molto più matura e con temi musicali molto originali. Questa messa, originalmente a 4 voci dispari, anni più tardi verrà rivista, portandola a 5 voci miste e arricchita con l’orchestra divenendo una delle composizioni più imponenti di Domenico Bartolucci, la Missa Assumptionis. A 17 anni comporrà uno dei suoi mottetti più belli e drammatici, il Super Flumina Babylonis a 6 voci dispari. Verrà poi nominato organista e quindi Direttore del coro del Duomo di Firenze. Molti professori del conservatorio di musica di Firenze andavano alla messa delle 11 nelle domeniche per sentire il giovane maestro improvvisare all’organo.

Già prima di compiere 20 anni componeva due delle sue opere sinfonico corali più significative: la Sinfonia Rustica e l’oratorio La Tempesta sul lago. Nel 1939, a 22 anni si diplomava in composizione e Direzione d’orchestra con Vito Frazzi al conservatorio di Firenze. Anche questo diploma mostrava le doti non comuni del giovane maestro. In due sole sessioni, fra luglio e ottobre, egli svolgeva tutte le materie complementari e principali arrivando al diploma; il piano normale di studio prevedeva che queste materie venissero svolte nel corso di 10 anni…Nello stesso anno veniva ordinato sacerdote.

Alla fine del 1942 veniva mandato a Roma per perfezionarsi e per approfondire la tradizione della musica sacra. Qui diveniva vice maestro della cappella musicale della Basilica di san Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma. Ma la seconda guerra mondiale causerà il suo ritorno presso il suo paese natale. In questo periodo drammatico nasceranno altre opere importanti nel campo sinfonico corale, come l’oratorio La Passione (1942) e il Concerto in mi per pianoforte e orchestra. Terminata la guerra, nel 1945, tornava a Roma e otteneva il diploma nel corso di perfezionamento in composizione e direzione corale presso l’Accademia di santa Cecilia, sotto la guida di Ildebrando Pizzetti. Otteneva anche il diploma di composizione sacra presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma. Nel 1947 diveniva parroco in un piccolo paese vicino Firenze ma continuò a dedicarsi alla composizione. È di questo periodo la composizione del poema sacro Baptisma per soli, coro femminile e orchestra. Nello stesso anno veniva richiamato a Roma e nominato maestro della Basilica di santa Maria Maggiore e professore di composizione, direzione polifonica e forme musicali polifoniche presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra, incarico che terrà fino al 1997. Nel 1952 veniva nominato vice maestro della Cappella Musicale Pontificia “Sistina” per assistere il Direttore principale, Lorenzo Perosi, già da tempo malato.

Alla morte di quest’ultimo nel 1956, papa Pio XII lo nominava Maestro Direttore Perpetuo della Cappella Sistina, carica che conserverà fino al 1997. Domenico Bartolucci si dedicò alla ristrutturazione della Cappella Pontificia, assumendo forze fresche e riorganizzando la Schola Puerorum, il coro delle voci bianche dell’illustre istituzione. Questa sarà un’opera lunga e laboriosa, in quanto la Cappella Sistina si trovava allora in condizioni di estrema difficoltà. Bartolucci ottenne per la Cappella, dal papa Giovanni XXIII, uno status economico più adeguato a sostenere l’illustre istituzione vocale. Sarà lui poi che imporrà per le parti acute il canto delle voci bianche, eliminando del tutto i falsettisti (con grande dispiacere di questi ultimi…). Negli anni sessanta la Cappella Sistina passerà un periodo particolarmente felice. Ma gli stessi anni saranno anche gli anni dei cambiamenti introdotti in seguito al Concilio Vaticano II, cambiamenti spesso arbitrari e effettivamente contro le norme conciliari, cambiamenti che non rispetteranno comunque un sano principio di gradualità.  Si buttò via tutto il repertorio tradizionale per fare posto alla musica beat, rifacendosi agli stilemi più in voga della musica pop. Il maestro si opporrà sempre con decisione a quanto andava succedendo, rivendicando sempre il ruolo guida che doveva essere lasciato ai grandi repertori classici.

Nel 1965 Domenico Bartolucci veniva nominato accademico di santa Cecilia, carica che lo vedeva in compagnia dei più importanti nomi del mondo della musica internazionale. Con la Cappella Sistina il maestro, oltre al normale e regolare servizio liturgico, terrà numerosi concerti in Italia e all’estero. La Cappella Sistina sarà anche protagonista di due fortunate tournèe negli Stati Uniti, negli anni ’70, da costa a costa.

Dopo il suo pensionamento nel 1997 il Maestro continuò una fervida attività di direttore e compositore. Nel 2010 Benedetto XVI, suo grandissimo estimatore, lo nominerà Cardinale Diacono dei Santissimi Nomi di Gesù e Maria in Via Lata. Il Cardinale Domenico Bartolucci morirà l’11 novembre 2013.

Il suo catalogo di composizioni è veramente cospicuo: più di quaranta libri di raccolte di sue composizioni, tra cui mottetti, messe, oratori, musica per organo, varie opere sinfonico corali e anche lavori solamente strumentali per pianoforte, violino e pianoforte e per altre formazioni strumentali.

La musica sacra a Cappella è certamente la parte più cospicua, questo anche dovuto alla sua attività decennale di direttore nelle cappelle musicali romane più prestigiose. Nel primo libro dei mottetti, che raccoglie le antifone mariane, troviamo già evidenziati tutti gli elementi che caratterizzano questo compositore: il linguaggio modale, il sapientissimo trattamento del coro, l’uso quasi costante delle tematiche gregoriane, la cantabilità di ogni parte polifonica, il rifiuto delle dissonanze estreme, l’aderenza dei testi al rito da cui provengono, l’esaltazione del testo nel suo significato spirituale più profondo, il rifuggire da effetti sentimentali forzati per raggiungere un sentimento più vero e spirituale. Questi elementi, con altri, formano la base della poetica di questo maestro. Sarebbe difficile qui commentare le tante gemme musicali che percorrono i suoi libri, frutto di una sapienza temprata nel lavoro quotidiano di decenni e che si poggia sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto.

Ci sono alcune caratteristiche importanti che si possono trovare nella sua produzione e nella sua attività:

1) Musicista romano di Chiesa

Diciamo subito che egli era musicista profondamente cristiano e profondamente coinvolto nella vita liturgica della Chiesa Cattolica Romana: “Lei, venerato Maestro, ha cercato sempre di valorizzare il canto sacro, anche come veicolo di evangelizzazione. Mediante gli innumerevoli concerti eseguiti in Italia e all’estero, con il linguaggio universale dell’arte, la Cappella musicale pontificia da Lei guidata ha così cooperato alla stessa missione dei Pontefici, che è quella di diffondere nel mondo il messaggio cristiano” (Benedetto XVI, 2006).

2) Il testo sacro

Per capire compiutamente la sua musica, così come il canto gregoriano e la polifonia si deve mettere in risalto l’importanza assoluta che ha in essa il testo. Esso non è solo qualcosa che viene messo in musica, ma diviene in un certo senso la forma della composizione stessa. Nella musica moderna ci sono varie forme musicali che guidano anche i criteri di utilizzo dei testi. Nella musica liturgica di cui stiamo parlando, il testo è il signore della composizione, ne decide i punti di espansione e i punti di riposo, ne stabilisce le priorità. Il testo, insieme alla destinazione liturgica, detta la forma, gli accenti, la metrica della composizione.

3) La modalità

La scelta del linguaggio armonico di Domenico Bartolucci è controcorrente rispetto alle tendenze artistiche del periodo: sceglie di esprimersi con un linguaggio modale, linguaggio che utilizza le tradizionali scale ecclesiastiche su cui sono basati il canto gregoriano e di conseguenza la polifonia rinascimentale.

 

4) Cantabilità

Il linguaggio armonico di Bartolucci non ricerca le dissonanze estreme, ricerca soprattutto l’intensità delle emozioni spirituali con la forza del canto. Questo è anche dovuto al tipo di cantabilità italiana, portata per indole più all’espressione del cantore come protagonista che alla subordinazione dello stesso alle esigenze della massa corale come è più tipico avere nella pur splendida tradizione del mondo anglosassone.

5) Attenzione alla Tradizione

Il maestro ha una forte riverenza verso la tradizione, come visto sopra, quel complesso di usi e pratiche tramandate dal passato. Ma cos’è la Tradizione (con la maiuscola)? Tutti si attaccano prima o poi a questa parola, ma credo che pochi saprebbero renderne conto se interrogati. La tradizione è “tradere”, cioè trasmettere, è una staffetta tra ieri e oggi, è un dono che il passato fa al futuro. La tradizione è una rivincita sul nulla, una posizione diversa rispetto all’annullamento delle cose e delle persone nel fluire dei secoli. La sua concezione della tradizione è anche legata alla sua concezione dell’apprendimento musicale, che è poi quello della grande scuola romana. La musica si apprende per esperienza, si apprende facendo. L’esperienza, quella che noi chiamiamo la “pratica” è l’elemento basilare della formazione; così come era per i pittori lavorare nella bottega di un maestro ed apprenderne i segreti facendo in modo molto pratico dietro di lui, così era per i musicisti apprendere nelle cantorie i segreti dell’arte dai maestri di Cappella, non con nozioni puramente teoriche, ma apprendendo l’arte nel suo svolgersi.

È proprio questa fecondità della Tradizione che da vita al futuro più radioso.

Era un sacerdote un poco particolare, molto attento all’essenziale e poco “cerimonioso”. Ma io non potevo dubitare dell’intensità della sua vocazione proprio perché ascoltavo la sua musica, una musica che per me dovrebbe essere insegnata tra i modelli di ciò che deve essere il canto liturgico.

Insomma, la vita artistica del nostro autore, lunga e feconda, sarebbe da approfondire e rivalutare alla luce di una conoscenza maggior dei dati storici e culturali in cui il nostro autore ha vissuto. Ogni coro non può che beneficiare nel cantare i suoi brani che hanno una scrittura corale sapientissima; ogni compositore non può che imparare nello studiare le sue partiture i segreti più affascinanti della scrittura polifonica; ogni maestro di cappella ha, nella sua musica, un mezzo sicuro ed efficace per portare i fedeli che ne beneficeranno alla meditazione intensa delle realtà dello spirito.

 

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Il terrore del giudizio: Monsignor Teocle Bianchi – Aurelio Porfiri

Posted by on 17:47 in Portraits, Senza categoria | 0 comments

Il terrore del giudizio: Monsignor Teocle Bianchi – Aurelio Porfiri

Per me parlare di don Bianchi, come lo chiamavo, è veramente tuffarmi nella mia infanzia. Quando facevo il chierichetto nella mia parrocchia, la bellissima Basilica di Santa Maria in Trastevere nel suo periodo precedente alla sua gestione da parte della Comunità di Sant’Egidio. Al tempo della mia infanzia, il parroco era Monsignor Teocle Bianchi, un sacerdote già anziano che girava sempre in tonaca. Non potrò mai dimenticare un ricordo che fu veramente tutto speciale, la visita di Giovanni Paolo II, ora santo, il 27 aprile 1980. Io servivo la messa insieme con tutti i chierichetti e ancora ricordo il Papa, da soli due anni pontefice della Chiesa, che incedeva nella navata e che si volgeva a noi per benedirci. Ricordo anche il saluto poi nell’oratorio, con il Papa che velocemente ci dava la mano per salutarci. Ma tornando alla Messa, ricordo che Giovanni Paolo II pronunciò queste parole: “Un fraterno saluto al parroco, lo zelante monsignor Teocle Bianchi, che da trent’anni dona indefessamente tutto se stesso per il bene delle vostre anime!”. Già, per i passati trent’anni don Bianchi era stato parroco di quella parrocchia così importante per Roma e per Trastevere. Rimase lì ancora per poco, per poi cedere il posto all’allora don Vincenzo Paglia e alla Comunità di Sant’Egidio.

Vorrei però tornare a don Bianchi e alla memoria che in realtà ho più vivida di questo vecchio prete sempre in tonaca. Ricordo una Messa che servivo e la sua predica sulla fine del mondo, quell’uso immaginifico della parola descrivendo con toni anche molto vivaci come il mondo sarebbe giunto alla sua fine e come noi ci saremmo trovati davanti al giudizio di Dio. Io avevo forse 10 anni e ricordo che mi sentivo quasi schiacciare dal peso di quell’evento che sarebbe stato nel futuro dell’umanità, ma nello stesso modo la bonomia di don Bianchi ci ricordava che Dio non era solo giusto, era anche misericordioso, che ci aspettava sempre e che non smetteva di amarci anche se noi siamo peccatori. Dopo 40 anni ho sempre ricordato quella predica, quelle parole, quella sana e essenziale dottrina cattolica che ci mette davanti alle nostre responsabilità ma che non ci fa dimenticare che Dio non è solo un Dio che giudica, ma anche un Dio che salva. Anzi, che è misericordioso proprio perché è giudice, perché solo chi sa giudicare sa perdonare.

Caro don Bianchi, questo vecchio prete in tonaca morto nel 2001 alla bella età di 94 anni, quando oramai era canonico della Basilica di Santa Maria Maggiore. Lo ricordo anche nel suo tempo da canonico, lo guardavo con quella dignità sacerdotale con cui indossava gli abiti liturgici, lui prete dal 1934. Parlandone con altre persone ho sempre sentito le mie stesse impressioni, quelle verso un prete che per decenni aveva servito la mia famiglia e poi me, in un tempo in cui la Chiesa era tormentata dagli sconquassi del dopoconcilio, un tempo che sembra non voler mai finire.

Aurelio Porfiri

 

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Prete e liturgo: l’abbé Frank Quoëx – M° Aurelio Porfiri

Posted by on 16:12 in Portraits, Priesthood | 0 comments

Prete e liturgo: l’abbé Frank Quoëx – M° Aurelio Porfiri

Quando una persona muore in età molto giovane, si dice che essa era cara a Dio (o agli dei, se vogliamo tenerci larghi). Penso qualcosa del genere poteva essere detta per l’abbé Frank Quoëx, sacerdote morto all’età di 40 anni nel 2007 e che ho avuto il piacere di conoscere e frequentare per un certo tempo della mia vita. Non solo, ma per un certo lasso di tempo molto breve egli fu anche mio padre spirituale, quindi ho avuto con lui conversazioni personali e private e ne conservo un ricordo lontano ma pur sempre vivido e presente.

L’abbé Frank Quoëx era un amante della liturgia nella forma straordinaria, come la chiamiamo oggi grazie al motu proprio Summorum Pontificum, un amore che lo aveva spinto ad uno studio profondo della stessa liturgia e a pubblicare studi di grande serietà scientifica. L’abbé Brice Messonier così lo ricordava: “Storico, teologo, dottore della liturgia, ma anche amante della bellezza, era convinto che “la perfetta bellezza della liturgia può fa dare uno sguardo alla suprema bellezza di Dio”, come scrisse. Di gusto infallibile, non confondeva la bellezza con il kitsch, il raffinato con il pretenzioso, il sobrio con il banale. Tutto nella liturgia deve partecipare per aiutarci a percepire “la suprema bellezza di Dio”. Da qui la cura speciale che ha avuto nel recuperare le forme più nobili, i paramenti più eleganti e più belli”. Paolo Risso così ne parla in un testo che ho reperito sul sito Santi e Beati:  “La vita e l’opera dell’Abbé Quoex suppone la fede e l’amoroso rapimento di tutto l’essere in Gesù Cristo. La Liturgia e la bellezza suprema, l’archetipo della poesia, perché essa è teofania del Verbo fatto carne, splendore del divino Poeta. Per questo, l’impegno per la Liturgia deve diventare impegno dottrinale, dogmatico, mosso non solo dall’amore di quanto oggi è messo in dubbio e posto da parte, ma anche per amore del popolo di Dio avido del sacro e dei gesti sublimi di cui si tenta di privarlo. Pertanto, don Quoex era innanzitutto un sacerdote, un pastore di anime, un direttore spirituale. Il ricordo che ha lasciato nei diversi luoghi di apostolato, Roma, Strasburgo e dopo il 2004, Ginevra, Losanna e Neuchâtel , dimostra che la sua missione sacerdotale era quanto a lui importava di più.
Seppe toccare le anime con la sua intelligenza, la sua cultura, ma soprattutto per la sua bontà cortese e la sua delicata carità. Ed è da prete vero, che egli è andato incontro a Dio, il 2 gennaio 2007, all’ospedale d’Aubonne, in Svizzera. Gli amici che lo hanno vegliato notte e giorno per un mese, fino al suo ultimo respiro, testimoniano di lui: “È morto come un santo. Dopo qualche mese di malattia implacabile e un’agonia di un mese, grandi sofferenze e una grande generosità interiori, brevi parole delicate, pianti velati e appena abbozzati, scusandosi di essere di peso… Sempre ha bevuto la preghiera come un’acqua di salvezza. Amava specialmente la preghiera di Gesù. Quante volte, ci ha chiesto, al primo mattino, dopo una notte dl sofferenze: “Aiutatemi ad alzarmi, voglio celebrare la Messa”! Occorreva allora dirgli che non poteva più alzarsi, e che la Messa lui la diceva con Gesù, l’Uomo dei dolori, prima di dirla in Cielo, questa bella Liturgia del Cielo di cui egli ci aveva così bene parlato un giovedì santo… Si è spento dolcemente questa mattina, festa del Nome di Gesù. Chi lo vegliava, dopo avergli cantato qualche istante prima l’inno Jesu, dulcis memoria e recitato le Lodi, e avergli detto: “Don Franck non si può nascere, ma si può morire innocenti”, gli si è avvicinato e gli ha ancora detto: “È la festa del Nome di Gesù. Tu vai a celebrarla lassù, la Liturgia del Cielo è più bella che quella che hai descritto. Va’, don Franck, la porta del Cielo è aperta per te”.
Aveva 39 anni di vita e 15 anni di sacerdozio. Alla Messa di trigesima, il 1° febbraio 2007, nella chiesa di S. Eugenio a Parigi, si è detto di lui “Insegnare e dirigere le anime, ecco due funzioni sacerdotali che trovano il loro compimento nel più alto compito del sacerdote: santificare le anime con i Sacramenti e l’offerta del S. Sacrificio della Messa. Il sacerdote è sacrificatore: colui che sta all’altare per offrire a Dio il sacrificio della croce per la salvezza delle anime. Ma per essere uniti a Cristo, occorre essere sacerdote e vittima, perché così è stato Lui, Cristo, sacerdote e vittima del suo sacrificio. Cosi è stato in tutta la vita, don Franck Quoex, sacerdos et hostia”.

Io penso sarebbe difficile aggiungere qualcosa di meglio a questi ricordi, ma penso non sarà inutile ricordare di come veramente egli avesse un profondo rispetto per la liturgia. A quel tempo io curavo la musica per la messa nella forma straordinaria che si celebrava nella chiesa di Gesù e Maria al Corso e ne ricordo l’attenzione per l’atto liturgico. Avevo a che fare con lui per questo motivo e, come detto, avevamo cominciato ad avere un poco di confidenza. Non potrò dimenticare questo sacerdote giovane e cordiale, dall’aspetto un poco ottocentesco,  fermo nelle sue convinzioni e nell’idea che la liturgia non è qualcosa che noi creiamo, inventiamo, modelliamo con le nostre mani, ma un qualcosa che riceviamo da nostro Signore.

Aurelio Porfiri

 

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La Messa In-canto: piccola guida alla musica per le celebrazioni liturgiche

Les Deux Chemins: Dialogue sur la Musique (avec Jacques Viret)

Oceano di fuoco: commentari su Divo Barsotti

Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica

IL MONDO DI DIO (Ita) – Aurelio Porfiri

Posted by on 7:38 in Liturgy, Spirituality | 0 comments

IL MONDO DI DIO (Ita) – Aurelio Porfiri

La grandezza ma anche la tragicità della vita è che noi possiamo pregare, ma solo nella fede la nostra parola raggiunge Dio e ha una risposta. Sei tu che entri misteriosamente nel mondo di Dio, non è Dio che entra nel tuo.  Per questo la risposta è certa, ma per la tua esperienza umana è silenzio. Così la grandezza vera dell’uomo è tutta nel mistero” (L’Attesa, pagg. 124-125).

Non so se sarà capitato anche a voi di assistere agli spettacoli dei clown. Questi fenomeni da circo sono tra i favoriti dei bambini e i loro spettacoli non vengono disdegnati neanche dai grandi. Si è sempre detto che gli la figura del clown ha un aspetto duplice, una grandezza come comico ma anche che il suo sorriso nasconde una certa tragicità, come se nascondesse un dramma interiore. Ecco, prendo questo esempio del clown per menzionare come l’inizio di questo passaggio di Divo Barsotti da L’Attesa, ci dice come l’esistenza umana sia in fondo non simile a quella che è l’attività scenica di un clown: il potere di attrarre l’attenzione di migliaia di persone ma anche una tragicità di fondo che nasconde una mancanza. Per uscire dagli abiti del clown dobbiamo abitare in un’altra dimensione, quella della fede. Solo in essa noi possiamo ascoltare una risposta da quel silenzio che, altrimenti, avvolge la nostra preghiera. Dice San Paolo nella lettera ai Galati (2,20): “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me“. Ecco, la nostra vita non è più vita a puro livello materiale o fenomenologico, se accettiamo di abitare nella dimensione di Dio, ma essa diviene un innalzarsi alle altezze del silenzio per raggiungere la nostra origine. Come ci dice San Paolo, ci è possibile vivere la fede solo nel Figlio di Dio, il cui pegno di credibilità è stato l’amore gratuito con cui ha donato se stesso per noi. Attraverso la fede e la preghiera noi siamo fatti capaci, in modo misterioso, di entrare nel mondo di Dio. Nella dinamica soprannaturale, Dio propone se stesso e noi con la preghiera accettiamo questa proposta per farci prossimi a Lui.

Diego Fusaro, parlando di Ludwig Feuerbach (www.filosofico.net), così argomenta: “Lo scopo di Feuerbach nell’ Essenza del cristianesimo non è di condurre una critica al cristianesimo di tipo illuministico, ossia di ridurlo a un cumulo di errori e superstizioni. Egli invece ritiene che la religione, in particolare quella cristiana, abbia un contenuto positivo che consente di scoprire quale sia l’essenza dell’uomo. Dalle tesi di Schleiermacher, secondo cui la religione consiste nel sentimento dell’infinito, egli trae la conclusione che tale infinito non esprime altro che l’essenza dell’uomo. Nessun individuo singolo contiene in sé quest’essenza nella sua compiutezza, ma ogni uomo ha il sentimento dell’infinità del genere umano. La religione ha un origine pratica: l’uomo avverte la propria insicurezza e cerca la salvezza in un essere personale, infinito immortale e beato, cioè in Dio. Ma, secondo Feuerbach, quando un soggetto entra in un rapporto essenziale e necessario con un oggetto, questo significa che questo oggetto è la vera e propria essenza del soggetto. Con Dio il sentimento umano è in un rapporto necessario: Dio dunque non è altro che l’essenza oggettivata dell’uomo . La religione è appunto l’oggettivazione dei bisogni e delle aspirazioni dell’uomo , la proiezione di essi in un ente, che viene considerato indipendente dall’uomo e nel quale tali aspirazioni si trovano pienamente realizzate. Nella religione è l’uomo a fare Dio a propria immagine e somiglianza, non viceversa (‘Non è Dio che crea l’uomo, ma l’uomo che crea l’idea di Dio’ afferma Feuerbach): quando a Dio si attribuiscono la conoscenza o l’amore infinito, in realtà si intende esprimere l’infinità delle possibilità conoscitive e dell’amore propri dell’uomo. In Dio e nei suoi attributi l’uomo può quindi scorgere oggettivati i suoi bisogni e i suoi desideri e, dunque, conoscerli. Feuerbach ne conclude che la “religione è la prima, ma indiretta coscienza che l’uomo ha di sé” . La conoscenza che l’uomo ha di Dio non è altro, allora, che la conoscenza che l’uomo ha di se stesso, ma nella religione l’uomo non si rende conto che è la propria essenza a trovarsi oggettivata in Dio. Solo con la filosofia ciò può giungere a piena consapevolezza“. Quindi l’idea che abbiamo di Dio, seguendo Feuerbach, è solo una proiezione dell’idea che abbiamo di noi stessi, una proiezione di ciò che vorremmo essere, una metafora ideale del nostro rapporto con noi stessi. In fondo la tesi di Feuerbach, pur se falsa dal punto di vista del cristianesimo autentico, ha elementi importanti di verità se pensiamo a come Dio sia stato ridotto in fondo ad una proiezione ideale del meramente umano, specialmente negli ultimi secoli. Ma se partecipa dell’umano fino in fondo, il dio-idea non può che finalmente parteciparne il destino ultimo e dissolversi nel nulla, partecipandone anche la necessaria finitezza e il limite dell’orizzonte delle possibilità esistenziali. Ricordiamo la polemica che coinvolse il teologo (e poi cardinale) gesuita Henri De Lubac con, tra gli altri, il Cardinale Siri, che lo accusava di ridurre l’ordine soprannaturale al naturale, quindi costringendo Dio nell’ambito della nostra natura. Ecco, quali che siano le interpretazioni che possiamo fornire di questo aspetto del pensiero di De Lubac, mi sembra che veramente si avvertano gli echi di Feuerbach. In fondo quello che dice Barsotti, cioè che noi possiamo abitare nel mistero di Dio con la preghiera accettando che la risposta che riceviamo è da noi percepita come silenzio, mi sembra l’antidoto più efficace per capire come rapportarsi a questo Dio e come evitare le derive che ci portano a costringere Dio nell’orizzonte umano.

Tra le possibilità offerte dal nuovo mondo dei social media, c’è proprio quella di potere rimandare polemiche che prima si servivano magari dei ritmi garantiti dalla carta stampata, di poter essere consumate non solo giornalmente, ma anche ora dopo ora. Quindi siamo immersi in un profluvio di botte e risposte su ogni argomento, e uno dei più caldi, da sempre, è proprio quello della liturgia. Una liturgia che secondo alcuni deve rispondere di più alle esigenze dell’uomo, anzi alle esigenze dell’umano. Parlando poco tempo fa con Costanza Miriano per una intervista, mi sono sentito dire da questa giornalista e madre di 4 figli che una delle grandi tentazioni dell’essere umano è proprio quella di volersi auto determinare. Certamente questo è vero se pensiamo che oggi tutto è un diritto e i doveri si sono oramai ridotti a poca cosa. Silvana De Mari, nell’occhio della tempesta per le sue dichiarazioni si omosessualità, gender e via dicendo, anche mi ha detto che la letteratura di autori come Tolkien, Dante, Chesterton e altri grandi è letteratura elevata proprio perché si basa su grandi valori, come la cavalleria, la bellezza, il coraggio. Questo è naturalmente un ostacolo per l’uomo che si autodetermina, perché i valori implicano sacrificio e questo costringe l’uomo che invece vuole sentirsi completamente liberato da ogni costrizione. Come dicevamo, pochi doveri ma molti diritti. Quindi la liturgia non deve stancarci, anzi deve accompagnare questa liberazione dell’umano, deve essere facile, comprensibile nell’immediato, non porre problemi alle nostre facoltà intellettive. Ma proprio da queste asserzioni cominciano i problemi e ben lo aveva visto Barsotti che infatti ci dice che “la grandezza vera dell’uomo è tutta nel mistero“. Non siamo grandi quando pretendiamo di auto determinarci o di pretendere di essere quello che non possiamo essere, non siamo grandi quando inscriviamo Dio nei limiti della nostra natura, ma siamo grandi quando accettiamo che c’è qualcosa che ci supera, quando accettiamo che ci sono altezze che noi dobbiamo accettare come “mistero”. Ecco il senso della liturgia come mistero, una liturgia che ci mette alla presenza di qualcosa di più grande, profondo e misterioso di noi. In questo è tutta la nostra grandezza e, rovesciando Feuerbach, la nostra essenza è proprio nell’adesione a quella dimensione altra che in fondo è testimoniata da sociologi, antropologi, studiosi di discipline varie, quando ammettono che non c’è cultura in cui la ricerca di un qualche rapporto con l’elemento del divino non occupi un ruolo centrale. La battaglia che si svolge nella liturgia, come del resto nell’agone umano tout court, è proprio quella fra questo uomo che si chiude al mistero e apre a se stesso (che però non è più veramente se stesso) e l’uomo che si chiude a se stesso per aprirsi al mistero (e quindi al vero se stesso). Ecco, dove mi sembra si inserisca la riflessione di Divo Barsotti riportata in precedenza, con tutta la sua tragicità e grandezza.

IL TRADIMENTO DEI PADRI (Ita) – Aurelio Porfiri

Posted by on 10:27 in Tradition | 0 comments

IL TRADIMENTO DEI PADRI (Ita) – Aurelio Porfiri

Si parla di carità verso il prossimo, ma quale carità abbiamo avuto verso i nostri padri? Era tutto sbagliato, tutto era da rifare. Ci siamo sentiti impegnati a distruggere tutto, a riformare ogni cosa: la teologia, la liturgia, la morale, la pietà, il governo della Chiesa. Nulla è rimasto in piedi. Il rinnovamento è soltanto la desolazione di una fine. Ma questo sarebbe ancora poco se non volessero parlare ancora in nome del Cristianesimo e del Cristo. Perché non liberarsi della menzogna per dire finalmente che Dio ha mentito al Cristo o Cristo ha mentito agli uomini? Per la via che abbiamo intrapreso non si giungerà che a distruggere la fede” (L’Attesa, pag. 116).

Ci sono vari motivi per cui mi può piacere Divo Barsotti. Come detto, spesso la sua scrittura è aspra, qualche volta turbinosa, non di rado ripetitiva. Ma ecco che da questo magma sorgono dolorose stalagmiti di verità, appuntite e pungenti come poche possono esserlo. La citazione qui sopra è senz’altro una di queste. Sarebbe una citazione non solo da commentare lungamente, ma da leggere ogni mattino al risveglio, perché ci da una chiave di interpretazione efficace come poche della devastazione che stiamo vivendo, devastazione che per alcuni è un progresso. Parliamo molto di carità ai nostri giorni, di misericordia a tutti i costi e senza limiti e domande, ma cosa dire della carità verso i nostri padri? Cosa dire di quella carità verso la nostra tradizione, i nostri usi, le nostre radici? Dobbiamo tradire tutto in nome di cosa? Il rinnovamento, così come è venuto a compiersi, “è soltanto la desolazione di una fine”. Non ci si accorge che con la scusa di rinnovare si è distrutto tutto, si è buttato giù tutto quanto in nome di che cosa…del vuoto di senso che si è venuto a creare. Barsotti cita i vari campi in cui questo rinnovamento folle ha prodotto effetti nefasti, tra questi ovviamente la liturgia.

Mi fa impressione vedere come coloro che oggi difendono il Concilio per quello che è veramente, sembrano quasi lefevbriani, quasi incalliti tradizionalisti. Le cose sono andate oramai così oltre che tornare indietro è, per me, quasi impossibile. E come dice Barsotti, questo sarebbe poco se chi ha perpetrato tutto ciò non pretendesse di parlare a nome di Cristo. La via intrapresa è quella della distruzione della fede, ma questo lo vediamo davanti ai nostri occhi: “come cantare i canti del Signore in terra straniera?” (137, 4). Quanto drammatico è quando la terra straniera è divenuta quella che un giorno era la casa comune. Come è difficile vivere in essa malgrado la sofferenza che questo ci procura, spesso la sensazione di rigetto. Si vive come in esilio in casa propria e questa è una sensazione strana.

PRIESTHOOD AND LITURGY IN RAHNER (Eng) – Father Giovanni Cavalcoli OP

Posted by on 11:28 in Liturgy, Priesthood | 0 comments

PRIESTHOOD AND LITURGY IN RAHNER (Eng) – Father Giovanni Cavalcoli OP

In order to grasp the Rahnerian doctrine about the priesthood and the liturgy, it is necessary to begin with his understanding of the relationship between the sacred and the profane, or more precisely, between grace and nature. For him the sacred is not added on to the profane from above—from heaven, the divine horizon—while remaining something distinct, but rather it is its very height and depths. It does not have the function of purifying and redeeming the profane, which is able to put up resistance, so that the sacred could be here and not there, right now and not before or after. No. For him the sacred, grace, the divine, is present always, everywhere, and in every man.

Certainly for Rahner the liturgy is the official, collective, external cult of the Church that finds its culmination in the celebration of the Mass. But he imagines that the Mass is nothing other than the regular empirical expression of a “liturgy of the universe” and a “Mass of the universe” that is the divine cult in a deeper and more radical sense and an expression of the transcendent supernatural experience of the anonymous Christian….(Here).

OCEANO DI FUOCO (Ita) – Aurelio Porfiri

Posted by on 11:31 in Spirituality | 0 comments

OCEANO DI FUOCO (Ita) – Aurelio Porfiri

Ho sentito la Comunione come il gettarsi dell’anima in un Oceano di fuoco” (La fuga immobile, pag. 161)

Ecco il misticismo di Divo Barsotti nel suo punto più alto, nel sentire come la Comunione fosse per lui non quel coacervo di sentimentalismo tardo ottocentesco ma un dramma che è incolmabile nella comprensione della nostra umanità. Se pensiamo a questa esperienza, questa metafora realistica di ciò che lui ha provato, dobbiamo credere che per lui quella Comunione fu un bagno forse ristoratore, ma anche dilaniante in un certo senso. Mi ricorda un passaggio della lettera agli artisti di San Giovanni Paolo II del 4 aprile 1999, diceva: “In effetti, ogni autentica intuizione artistica va oltre ciò che percepiscono i sensi e, penetrando la realtà, si sforza di interpretarne il mistero nascosto. Essa scaturisce dal profondo dell’animo umano, là dove l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose. Un’esperienza condivisa da tutti gli artisti è quella del divario incolmabile che esiste tra l’opera delle loro mani, per quanto riuscita essa sia, e la perfezione folgorante della bellezza percepita nel fervore del momento creativo: quanto essi riescono ad esprimere in ciò che dipingono, scolpiscono, creano non è che un barlume di quello splendore che è balenato per qualche istante davanti agli occhi del loro spirito. Di questo il credente non si meraviglia: egli sa di essersi affacciato per un attimo su quell’abisso di luce che ha in Dio la sua sorgente originaria. C’è forse da stupirsi se lo spirito ne resta come sopraffatto al punto da non sapersi esprimere che con balbettamenti? Nessuno più del vero artista è pronto a riconoscere il suo limite ed a far proprie le parole dell’apostolo Paolo, secondo il quale Dio « non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo », così che « non dobbiamo pensare che la Divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana » (At 17,24.29). Se già l’intima realtà delle cose sta sempre « al di là » delle capacità di penetrazione umana, quanto più Dio nelle profondità del suo insondabile mistero! Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza, tuttavia, può trarre giovamento dall’intuizione artistica. Modello eloquente di una contemplazione estetica che si sublima nella fede sono, ad esempio, le opere del Beato Angelico. Non meno significativa è, a questo proposito, la lauda estatica, che san Francesco d’Assisi ripete due volte nella chartula redatta dopo aver ricevuto sul monte della Verna le stimmate di Cristo: « Tu sei bellezza… Tu sei bellezza! ». San Bonaventura commenta: « Contemplava nelle cose belle il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto »“. Insomma, quell'”abisso di luce” sembra veramente essere simile a quell'”oceano di fuoco” di cui ci parlava Barsotti. Il Papa Giovanni Paolo II differenzia questa esperienza artistica con l’esperienza della fede che presuppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Ma rileggendo questo passaggio nella prospettiva Barsottiana, sembrerebbe possibile poter dire che a volte questo incontro si fa quasi “artistico”, diventa una folgorazione che accomuna l’anima del credente gettata nel vortice dell’oceano di fuoco che è la Comunione e quella dell’artista, pur essa gettata nel vortice di quell’abisso di luce che solo per alcuni istanti gli è dato di provare. Ma questa “sofferenza” non è dolorosa nel senso umano che diamo a questa parola, essa è quella sofferenza che li accomuna all’idea di giustizia, alla sorte che tocca alle anime dei giusti, così come ci è detto nel libro della Sapienza (3): “Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto“. Ecco, questa sofferenza è come quella dell’oro nel crogiolo, una sofferenza che purifica, per consentirci, come dice la bella frase di questo passaggio del libro della Sapienza, di riempire la nostra speranza di immortalità. Ecco, artisti e credenti alla Barsotti sono capaci di riempire la loro speranza di immortalità e di morire e risorgere senza perdere il senso vero della loro esistenza: forse, a volte, dovendo solo accettare di perdere se stessi.

 

REVISITING MUSICAM SACRAM (Eng) – Father David Friel

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REVISITING MUSICAM SACRAM (Eng) – Father David Friel

 

Half a century has passed since the March 5, 1967 promulgation of Musicam Sacram (MS).  Intended as one of several guides to the implementation of Sacrosanctum Concilium (SC), this document has, to some extent, influenced liturgical music since the Second Vatican Council, yet it has also, to some extent, been ignored.  Fifty years is enough time for the Church to digest a document.  Music directors, choir members, pastors, and bishops would derive great benefit from looking again at the guidance MS offers.

The following analysis of MS will begin with the question of its present authority, continue with an appraisal of its strongest and weakest elements, and conclude with a brief treatment of progressive solemnity (a principle that receives its first mention in MS).  It is to be hoped that mature reflection on this important text will help to guide the ongoing work of sacred music in accord with the authentic intentions of the council fathers…(Here)

 

ABISSI (Ita) – Aurelio Porfiri

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ABISSI (Ita) – Aurelio Porfiri

L’uomo in generale non vive una vita cosciente: sono rarissimi coloro che veramente vivono. In quale profondità abissale vivrebbero colui che crede e colui che non crede se vivessero nella verità la loro fede! Perché anche l’ateismo è una fede. La santità divina dell’amore infinito o la santità demoniaca della solitudine assoluta: non si danno per l’uomo vero altre alternative di vita. Qualcosa che dà le vertigini” (La fede immobile, pag. 94).

Tutto o nulla: ecco cosa possiamo percepire da questo passaggio di Divo Barsotti. Un passaggio veramente abissale, dove si va a toccare il cuore pulsante del problema di Dio e del problema dell’uomo e si nota come essi non sono dislocati ma formano un unico problema. Certo che qui ci va giù pesante, dicendo che in generale noi non viviamo una vita cosciente e che sono rarissimi coloro che veramente vivono. Ma se non siamo coscienti, come possiamo accorgerci proprio del fatto che non siamo coscienti? Come uscire da noi stessi per rientrare nel vero noi stessi? Certo non è difficile accorgersi che viviamo in una superficialità evidente, superficialità che permea tutto, gli ambienti familiari e lavorativi. Non ci deve sorprendere questo, ci siamo nati e cresciuti in questo mondo di grande superficialità, emozioni e affetti, tutto è vanità alla fine. Non c’è guida più efficace, nel percorso di ritorno che dobbiamo compiere nel vero noi stessi, di Sant’Agostino.  Nelle Confessioni così pregava: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace“. Tu eri dentro di me e io fuori….ecco, non sembra veramente questo il concetto espresso da Barsotti nel passaggio precedente, rientrare nel vero io, tornare ad Itaca come Ulisse per ritrovare la vera identità, attraverso le vie maestre della Tradizione?

 

 

IL CORO DEI SENZA VOCE (Ita) – Aurelio Porfiri

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IL CORO DEI SENZA VOCE (Ita) – Aurelio Porfiri

Quando parlo di bellezza intendo un valore che non ha bisogno di giustificazione: è la perfezione, la volontà di Dio e non ripete da altra cosa il suo valore” (La fuga immobile, pag. 126).

Io credo che non ci sia al giorno d’oggi crimine che non venga rimandato incessantemente, tutte le categorie sono più o meno garantite dalla possibilità di rimandare con un click ogni tipo di nefandezza. Certamente queste rivendicazioni trovano più o meno accoglienza a seconda della potenza mediatica di chi le compie, ma comunque tutti abbiamo la possibilità di far sentire la nostra voce su questo o quel tema, questo o quell’abuso. Ora, uno dei pochi abusi che sembra venire gridato da un coro di senza voce, è proprio quello contro la bellezza. Se pensiamo alla devastazione ancora in atto verso la liturgia, alla continua e sistematica distruzione di certo clero (purtroppo non minoritario) di tutto ciò che di bello – e quindi buono e vero – c’è nella liturgia, nella musica sacra, nell’arte sacra, dobbiamo pensare che coloro che ancora pensano che la bellezza debba avere un senso, un valore, un significato, siano senza voce. Ma spesso si è controbattuto che la bellezza non è necessaria, quello che importa è il funzionale, quello che funziona anche se non ci muove esteticamente, questa apologia del quotidiano che alla fin fine ha il fiato corto. Ma Divo Barsotti, vede questo punto nella sua dimensione essenziale: la bellezza non ha bisogno di giustificazione. Non dovremmo neanche stare li a giustificare la necessità, l’importanza del bello per le nostre vite. In quanto la bellezza è la semplicità (da “sine plica”, senza piega) cioè la perfezione.

La bellezza attiene alla perfezione che non deve essere giustificata da niente altro, cosa può giustificare qualcosa che è perfetto? Quindi, la ricerca della bellezza al suo stadio sommo, cioè come ricerca di perfezione, non richiede approvazione da nessun tipo di cultura, dominante o minoritaria che sia. Non chiediamo infatti che non ci possano essere cambiamenti nella liturgia, per parlare di cose a noi vicine. Storicamente questi cambiamenti si sono verificati e alcune volte essi sono stati anche necessari. Ma quando questi cambiamenti sono nel segno del becero, dell’utilitaristico, del mediocre, significa che i cambiamenti non sono a servizio della liturgia, ma ne stanno decretando la lenta e inesorabile fine. Già, perché nella liturgia cantiamo “il più bello dei figli dell’uomo”, ci rivolgiamo al Dio che è fonte di ogni bellezza e perfezione, invochiamo in quello Spirito che è fonte di ogni ispirazione come luce di tutti i cuori che accende la luce dei sensi.

Nella sua “Lettera agli italiani”, Marcello Veneziani ci mette in guardia contro un fenomeno importante, quello della bellezza che se ne sta immobile nella sua perfezione mentre il brutto, sempre in agguato, si affaccenda non poco: “Il guaio è che la bellezza sta, invece il brutto avanza, si muove, parla, fa. La bellezza è inerte, passiva, inerme, mentre il brutto avanza, incede, si agita. La bellezza è un retaggio, un lignaggio, a volte una rovina, comunque declinata al passato o sperduta nell’antico, mentre la bruttezza è un linguaggio, un modo di fare, di intendere e di volere, tra la tecnica e l’amministrazione. Questa è la    nostra tragedia economica e metafisica, estetica e sociale, urbanistica e letteraria. Il bello è, il brutto diviene; il bello posa, il brutto è in moto perpetuo. Il bello attiene alla sfera dell’essere ma non a quella dell’eterno e dell’immutabile. Il brutto, invece, attiene alla sfera del fare e del divenire, ed è virale, espansivo, progressivo“. Ecco, credo che questo passaggio riecheggi quanto detto nella frase di cui sopra di padre Barsotti. Senza bellezza noi moriamo lentamente, senza neanche avvertire lo sfinimento di quello spirito vitale che poco a poco ci abbandona.

 

 

LA FOLLIA DI CRISTO (Ita) – Aurelio Porfiri

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LA FOLLIA DI CRISTO (Ita) – Aurelio Porfiri

L’amore di Cristo è come un uragano: ti strappa violentemente da tutto e ti trascina via verso Dio. Tutta la vita umana non ha più riposo né valore, né giustificazione, né significato, né senso. Non voler dare o cercare più una ragione alla tua vita – tutto è senza ragione come una follia” (La fuga immobile, pag. 69).

Divo Barsotti è scrittore essenziale. Questa è una cosa che dobbiamo ben tenere in mente quando ci avviciniamo agli scritti di questo ruvido toscano dalla parola pronta e tagliente. Il suo scrivere tende all’essenziale, ma ho imparato che per trovare questo elemento essenziale devi scavare nella sua scrittura, una scrittura che si arrovella su se stessa a volte, ripete e ripete, sempre per far emarginare quell’elemento essenziale che c’è, vi è proprio, ma è sommerso nel magma delle argomentazioni.

Nel passaggio di cui sopra abbiamo un esempio di quello che intendo dire, preso da uno dei suoi testi più straordinari, La fuga immobile. Ecco una chiara esposizione della pretesa cristiana: essa è scandalo e follia, come dice San Paolo. Chi vuole dare una immagine rassicurante del cristianesimo, dovrebbe cambiare religione. Il cristianesimo non è religione da accomodamenti, ma religione inquieta. Ma è certo che pur essa deve farsi norma civile se assunta da stati, nazioni, popoli. Quindi c’è questo contrasto fra l’uragano che è l’amore di Cristo, che ti prende e ti trascina verso Dio e la necessità direi politica di una convivenza civile che possa assumere i valori cristiani come elemento fondamentale. In realtà questo passaggio del padre Barsotti sarebbe un buon aiuto, in quanto relativizza l’importanza della vita alla scoperta di questo amore tremendo (nel senso di ineffabile) che Dio ci offre. Se e quando veniamo presi da questo amore, relativizza tutto il resto, la vita non ha più valore, significato, giustificazione o senso. Insomma, ci ritroviamo quando ci perdiamo. C’è sempre il pericolo che il Cristianesimo divenga una comoda scusa per poter trovare se stessi, una ipocrita bugia che ci diciamo per sentirci buoni e in regola con la legge. Ma non è questo l’incontro con Cristo che ci presentano i santi. Come detto, quando il cristianesimo deve regolare la vita dei popoli, ha necessità di farsi legge, ius, norma. Ma nell’incontro intimo, quando esso è profondo, il rapporto stesso diventa la legge, non interpretata alla luce dei nostri desideri di fare peccato, ma sempre vissuta come ascolto, come attesa, quella “imminenza di attesa” di cui molto ci parlava il poeta Clemente Rebora.

“Tutto è senza ragione come una follia”; cerchiamo questa follia, sentiamoci folli per Cristo. Se la liturgia non ci consente questa apertura verso la follia, se essa ci ridona una masticatura mal digerita del quotidiano, ecco che la liturgia tradisce se stessa. Noi non vogliamo il quotidiano, ma vogliamo abitare nell’eterno, anche se per quei pochi istanti che le frenesie della vita ci concede. Riscopriamo senza paura questa pura e sana follia.

ORARIO MESSE TRIDENTINE A NAPOLI IN OSSEQUIO CON IL MOTU PROPRIO SUMMORUM PONTIFICUM

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ORARIO MESSE TRIDENTINE A NAPOLI IN OSSEQUIO CON IL MOTU PROPRIO SUMMORUM PONTIFICUM

Da messatridentinanapoli

 

 

SS. Messe in Rito Romano antico a Napoli

Santuario di San Gaetano – Basilica di San Paolo Maggiore (piazza S. Gaetano 78 – Napoli)

Coetus fidelium «San Gaetano e Sant’Andrea Avellino»

Sacerdoti: Don Giorgio Lenzi, Istituto del Buon Pastore; Don Roberto Spataro, Salesiano

Ogni domenica e festa di precetto, ore 11:30, a norma del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Per informazioni: missagregoriana.neapolis@gmail.commessatridentina.napoli@gmail.comhttps://messatridentinanapoli.wordpress.com

Chiesa della Reale Arciconfraternita di Santa Maria del Soccorso 

(quartiere Vomero-Arenella, piazzetta Giacinto Gigante 38)

Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote

S. Messa ogni domenica e festa di precetto, ore 18:00, a norma del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Per informazioni: +39.333.11.69.708 (Can. Louis Valadier)

 

Chiesa di S. Ferdinando di Palazzo (piazza Trieste e Trento 1 – Napoli)

Una Voce “Napoli”

Ogni domenica e festa di precetto, ore 18:00, a norma del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Per informazioni: napoli@unavoceitalia.org ; 3404290229

Chiesa di S. Maria della Vittoria (Piazza Vittoria 5 – Napoli)

Ogni primo sabato del mese, ore 18:30, a norma del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Per informazioni: napoli@unavoceitalia.org

Cappella dell’Immacolata – FSSPX (Vico S. Maria a Lanzati, 21)

Ogni domenica e festa di precetto, ore 11:00.

Per informazioni: 06.930.68.16 – albano@sanpiox.it

Parrocchia di Sant’Anna alle Paludi (corso Arnaldo Lucci, 124/A)

Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote

Lunedì ore 8:15 e sabato ore 9:30

Per informazioni: +39.333.11.69.708 (Can. Louis Valadier)

EVENTO DOMENICA 26 FEBBRAIO 2017 A ROMA

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EVENTO DOMENICA 26 FEBBRAIO 2017 A ROMA

Incontro nella Chiesa della SS.ma Trinità dei Pellegrini sui Cristiani d’Oriente.

LA CIVILTA’ OCCIDENTALE (Ita) – Aurelio Porfiri

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LA CIVILTA’ OCCIDENTALE (Ita) – Aurelio Porfiri

Parliamo chiaro e senza giri di parole: i problemi della musica sacra, della liturgia, della Chiesa Cattolica, non sono problemi separati da un contesto, ma sono problemi intrinsechi allo stesso contesto e denunciano un elemento che non si può far finta di ignorare: la crisi della civiltà occidentale, una civiltà di cui la Chiesa Cattolica fu fautrice insieme alle componenti greche, romane e giudaiche e che oggi si trova in profonda crisi. Leggere la nostra crisi semplicemente come una crisi di questo o quel brutto canto, non coglie che in realtà la crisi è enormemente più vasta e noi ci troviamo, tutti insieme, su questo crinale che precipita verso il vuoto. Non crediamo di sfuggire a questo problema cercando di guardare il dettaglio, perché il problema è molto, ma molto più ampio. Il pensiero debole si è insinuato nella Chiesa e la rode dall’interno: i cantarelli sentimentalistici, le schitarrate, il rifiuto della tradizione non sono che sintomi di uno stesso male che sta portando tutto quello che siamo stati alla tomba, per lasciarci il nulla, il compimento del nichilismo più efferato. Difficile è agire quando il nemico ti sta dentro, accanto a te, la persona che ti dovrebbe essere amica, sorella, fratello, compagno, compagna. Oggi anche chi dovrebbe essere dalla tua parte è spesso girato dall’altra.

E tu, che ti illudi che quel mondo fatto di belle armonie e di altrettanto belle forme sostanziali, sei sempre più solo e isolato, cercando di nuotare nella marea volgare dei blogs, dei giornali e dei siti internet, cercando di entrare nelle Chiese ma se sono vuote, per non essere investito dalle cacofonie volgare i profane che erompono da microfoni a palla.

 

 

TOWARD HOLIER COMMUNIONS: A SIMPLE SUGGESTION (Eng) – Rev. Thomas M. Kocik

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TOWARD HOLIER COMMUNIONS: A SIMPLE SUGGESTION (Eng) – Rev. Thomas M. Kocik

A former Baptist seminary professor and convert to Catholicism once told me that the primary reason he became Catholic was the Church’s theology of the Eucharist, which he (as a New Testament scholar) found to be faithful to the biblical witness, once certain modern lenses fell like scales from his eyes. The Apostle Paul speaks of our real participation in the body and blood of Christ as that which unites the Church; soon thereafter he remarks that some of the Corinthians have fallen sick and died because they ate and drank “without discerning the body” (1 Corinthians 10:16-17; 11:27-32). One does not die from mishandling symbols, but from mishandling divine habitations. (Read the account in 2 Samuel 6 of Uzzah’s demise before the Ark of the Covenant.)

 

In the notable story of the two disciples who meet Jesus on the road to Emmaus after his crucifixion and resurrection, the risen Savior vanishes from their sight after “he took the bread and blessed, and broke it, and gave it to them” (Luke 24:30)….(Here)

RENCONTRE AVEC AURELIO PORFIRI : « SERVIR DIEU DANS LA LITURGIE AU MEILLEUR DE MES CAPACITÉS » (Fre) – Guillaume Ferluc

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RENCONTRE AVEC AURELIO PORFIRI : « SERVIR DIEU DANS LA LITURGIE AU MEILLEUR DE MES CAPACITÉS » (Fre) – Guillaume Ferluc

De Paix Liturgique

Lors de la conférence de presse annonçant les 10 ans du motu proprio Summorum Pontificum à Rome, leCœtus Internationalis Summorum Pontificum a communiqué avoir commandé la création d’une œuvre musicale originale pour la messe pontificale qui sera célébrée à Saint-Pierre le samedi 16 septembre 2017, à 11 heures. Cette initiative, rare dans le paysage de la musique sacrée moderne, témoigne que la liturgie romaine traditionnelle est une source d’inspiration qui ne saurait tarir.

Pour en savoir plus sur cette initiative historique, nous avons rencontré le maestro Aurelio Porfiri, qui composera et dirigera cette œuvre en hommage au motu proprio du pape Benoît XVI.

I – NOTRE ENTRETIEN AVEC LE MAESTRO PORFIRI

1) Aurelio Porfiri, comment est née votre vocation musicale ?

Aurelio Porfiri : J’étais tout petit enfant quand, dans une galerie commerciale, j’ai vu un orgue électronique, de ceux qu’on voyait dans les années 80. Je l’ai mis en haut de ma liste de cadeaux pour Noël et mes parents m’ont exaucé. Tout a commencé avec ce cadeau et la passion qui me portait à passer des heures et des heures à son clavier ou à celui de l’harmonium de la paroisse pour trouver de nouvelles mélodies, de nouveaux accords, de nouvelles créations.

2) Quel a été votre parcours artistique et professionnel ?

Aurelio Porfiri : J’ai étudié l’orgue, la composition et la direction de chœur. Après mon diplôme au conservatoire, j’ai travaillé dans de nombreuses églises et basiliques romaines comme Santa Maria in Trastevere, San Crisogono, Santa Susanna et d’autres. J’ai aussi été organiste substitut à Saint-Pierre pendant plusieurs années, jusqu’en 2008, année de mon départ pour la Chine. De 2008 à 2015, j’ai en effet vécu et travaillé à Macao, une période qui m’a profondément marqué. Rentré à Rome en 2015, dans mon quartier natal du Trastevere, je me consacre désormais à des projets qui me sont chers, qu’il s’agisse de compositions, d’articles, de livres, etc.

3) Comment êtes-vous arrivé à la musique sacrée ?

Aurelio Porfiri : Je crois vraiment que cela a été un appel. J’étais dans une paroisse où l’on jouait les chansonnettes des dernières décennies et je sentais que j’avais besoin de quelque chose de plus profond, d’une nourriture plus riche. D’une rencontre à l’autre, profitant d’opportunités qui se présentaient, j’ai connu mes premières expériences de musique sacrée, et voilà !

4)  En plus d’être musicien, vous êtes l’auteur de nombreux articles et livres et l’éditeur de textes liturgiques, théologiques et spirituels, Vous venez en particulier de lancer une revue de liturgie en ligne, dont le numéro 2 vient de sortir : pouvez-vous nous la présenter ?

Aurelio Porfiri : Altare Dei, c’est son titre, entend constituer un pont entre les mondes catholiques européen et anglo-saxon. La revue est à télécharger en PDF et offre les contributions de spécialistes reconnus de liturgie, de musique sacrée et de culture catholique. En outre, elle comporte à chaque fois un supplément musical avec les partitions de morceaux de musique sacrée de compositeurs contemporains. Elle est en vente sur le site Choralife.

5) En 2011, Riccardo Muti se plaignait des chansonnettes à la messe et plaidait pour le retour « au grand patrimoine musical chrétien » : selon vous, la forme extraordinaire peut-elle concourir à la restauration du chant liturgique dans les célébrations de la forme ordinaire ?

Aurelio Porfiri : Elle le pourrait si la synergie voulue par Benoît XVI existait vraiment. Mais soyons honnêtes et réalistes : cette synergie n’existe pas ! Il y a toujours deux Églises, comme c’était le cas avant Summorum Pontificum : une Église qui, de façon gramscienne, a pris le contrôle des leviers du pouvoir ; et une autre qui continue à résister, avec plus ou moins de succès…

6) Cette année marque le dixième anniversaire du motu proprio Summorum Pontificum que vous venez de citer. L’enrichissement mutuel que Benoît XVI appelait de ses vœux est-il souhaitable et possible dans le domaine musical ?

Aurelio Porfiri : Je l’espère et j’y crois beaucoup. Hélas, les résistances sont fortes et nombreuses, de toutes parts. Certaines positions sont difficiles à concilier tant certains esprits sont fermés. Je demeure toutefois convaincu de la grande justesse de l’intuition de Benoît XVI.

7) Le 16 septembre 2017, vous dirigerez en la basilique Saint-Pierre de Rome la messe des célébrations officielles du dixième anniversaire du motu proprio. Vous travaillez même à la composition d’une messe originale pour l’occasion, ce qui est rare de nos jours, qu’il s’agisse d’ailleurs de l’une ou l’autre forme du rite romain. Nous voyons dans cette initiative la preuve de l’éternelle jeunesse de la liturgie traditionnelle : est-ce bien le cas ?

Aurelio Porfiri : Non, vous ne vous trompez pas. Nova et vetera : il s’agit bien là de l’éternelle jeunesse de la Tradition qui, aujourd’hui encore, nous parle et nous invite à sortir de nos écrins l’ancien qui sert de modèle au nouveau et le nouveau qui fait revivre l’ancien. C’est un défi difficile qui m’a été lancé et je sais que j’aurai du mal à satisfaire tous les observateurs. Mais peu m’importe en fait si je parviens à être artistiquement honnête et à servir Dieu dans la liturgie au meilleur de mes capacités.


Le maestro Porfiri dirigeant un chœur à Macao et, à droite, assis à l’orgue de la chapelle Sixtine.

II – LES RÉFLEXIONS DE PAIX LITURGIQUE

1) Depuis février 2016, notre édition italienne est heureuse d’offrir à ses lecteurs une série d’articles signés du maestro Porfiri qui portent sur la question du rapport entre la musique sacrée et la liturgie.Dans ces articles, Aurelio Porfiri offre, à la lueur de la constitution conciliaire sur la sainte liturgie, une réflexion argumentée qui prend appui sur le riche magistère musical des papes du XXème siècle, en particulier le motu proprio Tra le sollecitudine de saint Pie X de novembre 1903, la constitution apostolique Divini Cultus Sanctitatem de Pie XI de novembre 1928 et l’encyclique Musica Sacræ Disciplinæ de Pie XII de décembre 1955. Jusqu’ici, il a abordé les thèmes de la participation, de la solennité, de l’enrichissement du répertoire, de la distinction fondamentale entre chant religieux et chant liturgique et de leur regrettable confusion depuis la réforme liturgique, des antiphones, tandis que le prochain article portera sur le rôle missionnaire de la musique sacrée.

2) Les deux premiers numéros d’Altare Dei, la revue numérique dirigée par le maestro Porfiri rassemblent des auteurs qui comptent dans le paysage liturgique actuel comme le professeur Fagerberg, de l’université de Notre-Dame, qui y tient une rubrique sur la théologie de la liturgie ou le professeur Kwasniewski, promoteur infatigable de la forme extraordinaire du rite romain. Du côté musical, Monseigneur Miserachs Grau, directeur depuis 40 ans de la chapelle Liberiana de la basilique Sainte-Marie-Majeure, et l’abbé Friel, jeune organiste et compositeur du diocèse de Philadelphie, entourent Aurelio Porfiri. En plus des articles de fond, le magazine propose des rencontres comme celle avec Mgr Marchetto, historien du Concile de tendance « herméneutique de la continuité », et des témoignages comme celui du compositeur Colin Mawby. Enfin, et c’est semble-t-il la grande originalité d’Altare Dei nous disent les spécialistes de musique sacrée, chaque numéro comporte un cahier de 5 à 7 partitions de musique sacrée contemporaine. Au prix de 6 euros l’exemplaire, c’est certainement un cadeau aussi utile qu’abordable pour l’organiste de votre lieu de culte !

3) Dans ses réponses à nos questions 5 et 6, Aurelio Porfiri laisse transparaître un pessimisme certain. Au-delà de la sensibilité de l’artiste, avouons que cette humeur est hélas celle qui habite de nombreux catholiques vivant à Rome, ecclésiastiques comme laïcs. Le pontificat de Benoît XVI a en effet suscité un grand enthousiasme parmi les tenants de la forme ordinaire que sa démission suivie de l’arrivée du pape François, peu intéressé par les enjeux liturgiques, ont souvent transformé en déception. Forts de notre expérience du sort réservé à la liturgie traditionnelle au cours du dernier demi-siècle, nous ne pouvons qu’encourager nos frères « ordinaires » blessés par l’arrêt brutal de la réforme de la réforme – comme le sort réservé à l’appel du cardinal Sarah à célébrer ad Orientem vient de l’illustrer tristement – à ne pas se laisser démoraliser par les vents contraires. En effet, et même si le temps de Dieu n’est pas celui des hommes, quand les hommes s’emploient avec patience et constance à œuvrer ad majorem Dei gloriam, alors le Bon Dieu finit toujours par donner à leurs âmes en peine le réconfort dont elles ont tant besoin.

4) « On parle d’une via pulchritudinis, une voie de la beauté qui constitue dans le même temps un parcours artistique, esthétique, et un itinéraire de foi, de recherche théologique » expliquait Benoît XVI devant 263 artistes contemporains réunis dans la Chapelle Sixtine le 21 novembre 2009. Il poursuivait en citant Simone Weil : « Dans tout ce qui suscite en nous le sentiment pur et authentique de la beauté, il y a réellement la présence de Dieu. Il y a presque une incarnation de Dieu dans le monde, dont la beauté est le signe. La beauté est la preuve expérimentale que l’incarnation est possible. C’est pourquoi chaque art de premier ordre est, par essence, religieux ». En 2015, devenu pape émérite, il confiait qu’il appliquait particulièrement cela à la musique sacrée : « La musique sacrée occidentale est pour moi la démonstration de la vérité du christianisme. Il n’est pas nécessaire de l’exécuter toujours et partout, mais il serait dommage de la faire disparaitre totalement de la liturgie. Sa présence permet une participation spéciale à la célébration et au mystère de la foi. » (discours à Castelgandofo du 4 juillet 2015).

THE EARLIEST CATHOLIC CHOIR SCHOOL (Eng) – Rev. David M. Friel

Posted by on 21:39 in Sacred Music | 0 comments

THE EARLIEST CATHOLIC CHOIR SCHOOL (Eng) – Rev. David M. Friel

Many of the finest church musicians in the world are products of choir schools.  In the Catholic tradition today, regrettably, there are relatively few such venerable institutions.  Among the premier examples still thriving are St. Paul’s Choir School (Harvard Square), the Madeleine Choir School (Salt Lake City), and the Schola Cantorum of the London Oratory School (Brompton Oratory).  The practice of training choristers from an early age in structured environments such as these is a tradition with longer history than one might first imagine.

The search for the origins of the choir school takes us to the turn of the seventh century, during the pontificate of Gregory the Great (d. 604).  Whether Gregory was, himself, the founder of the Roman schola has been the source of significant debate (see Helmut Hucke, Die Entstehung der Überlieferung, 1958 and S.J.P. van Dijk, Gregory the Great, 1963).  The most recent scholarship indicates that a schola developed shortly after his papacy (McKinnon, The Advent Project, 2000, 359).  Its first location appears to have been along the Via Merulana, and it has been suggested that the group may have first been organized… (Here)

IL MITO DEL CONCILIO (Ita) – Aurelio Porfiri

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IL MITO DEL CONCILIO (Ita) – Aurelio Porfiri

Stiamo ben attenti a vedere le cose come stanno, non ci inganniamo o autoinganniamo. Gran parte dei mali che viviamo oggi nella musica liturgica sono una porta che è stata aperta sul vuoto e la cui chiave è stata il mito del Concilio Vaticano II, non il Concilio reale, ma quello usato dal latore della chiave, molto spesso con indosso una tonaca (nei casi migliori), per scardinare tutto quello che di buono e bello la Chiesa aveva ereditato. Il clericalismo, il grande nemico degli ultimi decenni, si è servito di questo grimaldello non per far del bene al “popolo”, per cui sospetto non ha molto interesse, ma per rinforzare la propria posizione di potere. Cosa c’è di meglio che togliere al popolo la sua identità Cattolica, fatta soprattutto della sua tradizione? “Cantiamo qualcosa che sia il meno Cattolica possibile, un poco protestante, un poco new age, un poco sentimental romantica, così facciamo contento tutto l’arco costituzionale della modernità”. Qualcuno, giorni fa, diceva qualcosa su Facebook divertente, ma anche molto triste: “fare l’organista in Italia è come vendere salami in un paese islamico”. Forse è peggio. Le continue liti con sacerdoti che non sanno stare al loro posto e si arrogano il diritto di dirti cosa devi o non devi far cantare quando non hanno nessuna preparazione per prendere queste decisioni. Posso io cambiargli l’omelia? O suggerire come leggere il canone? Non me lo permetterebbero. Ma loro si sentono spesso in diritto di dirti cosa fare e cosa no, quando purtroppo non hanno la cultura sufficiente per potere orientare certe decisioni.

Quando qualcuno si arrabbia (perché esistono anche quelli che guardano i preti negli occhi, non quelli che sono solo capaci di reggergli solo – metaforicamente – i codazzi) ecco che loro ti buttano in faccia il mito del Concilio – questo lo ha detto il Concilio, questo lo vuole il Concilio – sperando nella ignoranza generale che c’è sul Concilio in quanto la gente, parliamoci chiaro, del Concilio conosce al massimo questa parola, “Concilio”, e poco altro. Ma se tu i documenti li hai letti, ecco il terrore nelle loro espressioni, ecco le accuse dicendoti che sei retrogrado, lefebvriano, passatista…e solo perché vuoi seguire quel Concilio a cui loro si appellavano un minuto prima! Il mito del Concilio declinato in “spirito del Concilio”, ha devastato la liturgia e la sua musica, l’ha resa vittima di una catastrofe di proporzioni apocalittiche. Papa Francesco denuncia il clericalismo, ma poi per sconfiggerlo può molto poco e non è colpa solo sua: tutto il sistema si regge su questo potere che non è essenziale al clero ma che gli permette privilegi che senza di esso sarebbero inimmaginabili. Cari organisti, sarebbe forse il caso che cominciaste a pensare di andare a vendere salami in un paese islamico. Vedendo come siamo ridotti qui e con molta prudenza, ci sarebbe senz’altro più soddisfazione.

PRIESTLY DIGNITY ACCORDING TO ANTONIO ROSMINI (Eng) – Enrico Finotti

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PRIESTLY DIGNITY ACCORDING TO ANTONIO ROSMINI (Eng) – Enrico Finotti

Priestly dignity, both in celebration and in the ordinary life of the clergy, succumbs disastrously as it gradually yields to secularism and the world makes its way into the sanctuary and the lifestyle of the sacred ministers. In one of his conferences on ecclesiastical duties (XI) Blessed Antonio Rosmini points out the pitfalls and their causes that threaten to cloak this noble virtue. His analyses are extremely timely and show us how far gone are the principles and behaviors of present ecclesial life from what they are from the current ecclesial life the principles and behaviors that were supposed to defend and ensure priestly dignity which is but the exterior mirror of the inward holiness.In the first part of the conference, this great thinker reflects upon the reasons for priestly dignity that finds its highest and truest motivation in holiness.  The priest must be holy…if by dignity we mean that that demeanor that is controlled, just and full of perseverance and modesty and reason, which is born and shines in the priest’s whole being and ministry when he is firmly rooted in God.  Who doesn’t see that the priestly dignity is a result of his holiness?… (Here)

 

WHAT IS THE MISTERY OF THE LITURGY? (Eng) – David W. Fagerberg

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WHAT IS THE MISTERY OF THE LITURGY? (Eng) – David W. Fagerberg

A word that has attached itself to the liturgy these days is the word “mystery.” This is all to the good, of course, but we must reflect within ourselves about what meaning we associate with the word. Does it mean what the thesaurus offers as a synonym: “unknown, unidentified, secret, furtive, cryptic, obscure, ambiguous”? I don’t think the theological meaning of mystery is to be found in any of those synonyms. What is the mystery of the liturgy?

Surely it is Christ. Christ is the mystery in the flesh, and the mystery of the liturgy is Christ’s presence. What he accomplished in his historical body he continues to unfold in his mystical body, the Church. From the incarnation, crucifixion, resurrection, and ascension pours forth a river of liturgy that spiritually irrigates our souls. To ask what mystery is going on in the liturgy is the same as asking what mystery was accomplished by Christ. Have we any clues?

We might turn to the book of Ephesians, because the mystery occupies Paul there. He says the Father has made known the mystery of his will (1:9); the mystery was made known to him by revelation…(here)

THE LITURGICAL ROLLERCOASTER: A RECENT PROPOSAL FOR 14 “IMPROVEMENTS” TO THE TLM (Eng) – Peter Kwasniewski

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THE LITURGICAL ROLLERCOASTER: A RECENT PROPOSAL FOR 14 “IMPROVEMENTS” TO THE TLM (Eng) – Peter Kwasniewski

An interesting reading from New Liturgical Movement and Dr. Kwasniewski.

Just when one thinks that one has stepped off the heaving, rickety train or storm-tossed boat of liturgical change, someone of an impeccably reformist mentality will come along and propose unleashing Sacrosanctum Concilium on the usus antiquior, or returning to 1965, or cobbling together a hybrid OF/EF, or some other such monstrosity. So many of these issues have been thought through, messed with, fought over, and re-thought, that one would think we had safely entered a period of deep skepticism about further tinkering with elements that are almost always better than we think they are. As one gets to be on intimate terms with the TLM, one grows into its structure, prayers, ceremonies, and customs, and finds them to be eminently fitting.

At The Catholic World Report on January 31, Fr. Peter Stravinskas published “How the Ordinary Form of the Mass Can Enrich the Extraordinary Form.” As I went through his 14 suggestions, I couldn’t help but notice that almost all of them have been the subject of articles on NLM, critiquing the very things he’s advocating. Because of the complexity of the issues, and because there is no need to rewrite what has already been written if it will do the job, the present article will mostly take the form of links to articles that argue against Fr. Stravinskas’ ideas. A starting point would be this one: “Could the Traditional Latin Mass Be Improved—And Should It Even Be Attempted?”

Before I go into the 14 items, I will say that I appreciate Fr. Stravinskas’ honesty in admitting that the Novus Ordo has almost nothing to do with what the Council Fathers described in Sacrosanctum Concilium, even though we also know that Bugnini and Co. created enough loopholes in the document to drive a fleet of lorries through it. Without further ado:

1. Adoption of the revised lectionary

It is unclear why an “expanded” lectionary must mean a multi-year lectionary, let alone the revised lectionary we have. Ferial readings already existed in the Western rites and could be recovered, without substantial modification to the existing cursus. As I suggested in Resurgent in the Midst of Crisis, the readings for Saints’ days could have been enriched without difficulty (e.g., St. Anthony of Egypt could fittingly have had a lesson and Gospel perfectly reflective of his life and continued witness in the Church today: St. Paul about our struggle not being with flesh and blood, etc., and the Gospel of “Sell all, give to the poor” of his own conversion).

Beyond this, however, the adoption of the revised multi-year lectionary that has almost nothing in common with historical Roman precedent would be nothing short of a disaster. For arguments against its content and structure, see “A Tale of Two Lectionaries: Qualitative vs. Quantitive Analysis” and the further references given there.

2. Incorporation of additional Mass formularies

The addition of “historic euchological material” to the missal was done in an utterly inorganic manner, as committees of archaeologizing experts met to discuss their favorite textual digs, and all the bones and teeth, jewels and plates they recovered — many, no doubt, in excellent shape, but not something to be grafted on tout court by executive fiat. In this “enrichment” there was also a huge amount of excision and progressive rewriting, in other words, a distortion of the lex orandi. This has been thoroughly documented by Lauren Pristas. I talk about the inherent problem of the scissors-and-paste method of “making liturgy,” regardless of how good the material is, in my lectures “The Spirit of the Liturgy in the Words and Actions of Our Lady” and “Reverence Is Not Enough: On the Importance of Tradition.” (Editor’s note: see also this article on the process of tearing up ancient texts and stitching the bits back together to create new ones, “A Tradition Both ‘Venerable’ and ‘Defective’”, and this article which gives two examples, “The New Rite Prefaces for Advent.”)

3. Expand possibilities for solemnity

While I agree with Fr. Stravinskas that Sung Mass should be the norm or at least a lot more common, especially on Sundays and Holy Days (see “The Problem of the Dominant Low Mass and the Rare High Mass”), Fr. Kocik raised the question about the potential pitfalls of the new mix-and-match model of progressive solemnity here, Ben Yanke added a dose of realism here, and Fr. David Friel a number of excellent points here.

4. Elimination of duplicate recitations

Fr. Stravinskas objects to the manner in which, at High Mass, the priest is required to repeat a number of texts that are being sung by other ministers. It is true that certain monastic families have omitted these recitations, and for them it seems to have worked well. However, it is far from clear that there is any demand or desire for this among the secular clergy or the faithful. For an argument against the idea: “Is It Fitting for the Priest to Recite All the Texts of the Mass?”

5. Restoration of Offertory Procession and Prayer of the Faithful

The “offertory procession” as it was fashioned by the Consilium bears little resemblance to any historical precedent in the West; it is a fanciful creation loosely based on the custom of people handing in bread and wine before the service began. (See Paul Bradshaw’s article “Gregory Dix and the Offertory Procession.”) Its current form seems to be another method for giving jobs to lay people, like a WPA for the unemployed in the Depression.

As for the Prayer of the Faithful (or the General Intercessions), sed contra: “The Distracting Prayer of the Faithful,” to which Fr. Friel added a further point here. Yes, they could be elevated, but why? Almost all of the things we usually pray for are already prayed for in the Roman Canon and in various other prayers of the Mass.

6. Re-order the dismissal rite

If we understand the Mass as the offering of the Holy Sacrifice, then Ite missa est is most appropriately said when the liturgical offering is complete, namely, after the Postcommunion. The blessing of the people is an afterthought — and a most welcome one, as is the Last Gospel. After the people respond Deo gratias, the priest turns around to pray a last private prayer, the Placeat tibi, which allows the congregation time to kneel in preparation for the blessing of the priest. (Side-note: I’ve grown to appreciate kneeling for that final blessing, which has habituated me to value a priest’s blessing as something special, in the way that the traditional rite of blessing holy water teaches one to appreciate this sacramental more than a hasty pseudo-blessing from the Book of Blessings.) The fact that certain things are “add-ons” doesn’t mean they should be excised, as even Father admits.

7. Move the “fractio” from the Libera nos to the Agnus Dei 

Here once again, the reformers went far beyond the mandate of the Council in disturbing a very ancient custom for no discernible good reason. The Agnus Dei is a later addition to the Order of Mass (and certainly a very worthy one) made by Pope St Sergius I at the end of the 7th century; the Fraction, on the other hand, is as ancient and universal as the Mass itself. The separate consecration of the bread and wine, also an ancient and universal feature of all historical Christian rites, represents the shedding of Christ’s Blood, which is to say, the separation of His Blood from His Body, and hence His Death. The Fraction ritual, at which they are reunited, represents the Resurrection.

In accordance with the Western Church’s ancient tradition, the priest has thus far only addressed God the Father in prayer from the Preface until the end of the Libera nos. (A tiny handful of Secrets are addressed to the Son, all but one of them quite late additions; at most Masses, the priest has spoken to the Father since the beginning of the Offertory, apart from the prayer Suscipe Sancta Trinitas.) Only after the Fraction, the representation of the Resurrection, does he say and the choir sing the Agnus Dei, addressing the Son, the Lamb of God whom St John sees in the heavenly court, acclaimed by the Angels and Saints: “The Lamb that was slain is worthy to receive power, and divinity, and wisdom, and strength, and honor, and glory, and benediction.” And only once this has been accomplished does the celebrant invite the faithful into the peace of the Risen Christ, after which the rite of the Peace begins. (The addition of “always” to the celebrant’s address to the people, “May the peace of the Lord always be with you,” which occurs only here, emphasizes this vision of Christ in eternity.)

The modern displacement of the Fraction to the Agnus Dei has turned one of the most crucial moments of the Mass into an afterthought, and something which is routinely not even noticed by the congregation, as they are busily shaking each other’s hands.

8. Make clear that the homily is a true part of the Sacred Liturgy

Rather: let us make it clear that the homily is not a part of the liturgy. Please! One can still restrict it to those who have been ordained for the office of preaching, without considering it to have the status of part of the Church’s public worship that is done by Christ the Head in union with His members. See point #3 in this article.

9. Maintain the integrity of the Sanctus

On the contrary, one of the most beautiful touches in the old rite is when the choir, singing a polyphonic Sanctus, can stop after the first Hosanna, as if crying out to welcome the coming King, kneel in silence, adore the Blessed Sacrament elevated, then resume with the absolutely fitting words: “Blessed is He who comes in the name of the Lord,” with a final resounding Hosanna to the Son of David, exalted on high in His glorified flesh and blood, now present upon the holy altar. (Editor’s note: and we can pretty much assume that the entire corpus of works like this will disappear, since no one will want to wait six minutes to start the Canon.)

10. Adopt the rubrics of the OF for the Communion Rite

In the historical Western rites, the celebrant is always the one who chants the Lord’s Prayer, whether at the Divine Office or at Mass, in his capacity as minister of the High Priest and representative of the people. That this is an ancient custom may be seen from the shape of the plainchant, where the tone dips down at “Et ne nos inducas in tentationem” (in line with the distinctively priestly tone used elsewhere with “Per omnia saecula saeculorum”), whereupon the people respond, “Sed libera nos a malo.” It is one of the bones of the rite, so to speak.

As for saying the remainder of the prayers aloud, this only adds verbosity. Everyone knows what the priest is praying for and we can all join ourselves to the intense silence. That short silence after the Lord’s Prayer is much appreciated by the congregation, as we transition from the worship of the Lamb to the partaking of the Lamb in Holy Communion.

11. Face the people when addressing the people; face God when addressing God

I defend (in passing) the custom of reading the readings versus Deum in this article: “In Defense of Preserving Readings in Latin.”

12. Unite the calendars of the OF and EF

Fr. Stravinskas thinks that Christ the King should be the last Sunday of the liturgy year. Traditional Catholics beg to differ. I would certainly agree that some of the more recent saints should be added to the 1962 calendar, but the OF calendar as a whole is a disaster (loss of Pentecost octave, loss of correct days for Epiphany and Ascension, loss of Epiphanytide, loss of Septuagesimatide, and on and on) that it needs to be scrapped, with the EF calendar taken as the norm and regional or recent saints carefully added to it. (Editor’s note: the drastic mutilation of the temporal cycle removed from the Roman Rite almost all of its characteristically Roman features, as I explained in this article, “The Octave of Pentecost: A Proposal for Mutual Enrichment”. This is one of the most notable examples of how the reformers went far beyond the mandate of Vatican II.)

13. Modify the rubrics

Fr. Stravinskas repeats the call for removing “useless repetitions.” There are so many reasons not to reduce or remove repetitions, not the least of which is that they are not useless. See this comparison of the Rosary to the Mass. It is a curious part of our modern mentality that dictates we should cut out anything that’s not immediately and obviously useful. In that case, we should perform tonsillectomies and appendectomies on everyone. Rather, we need to expand our notion of what is useful by thinking of what is noble and fitting.

14. Rename the two principal parts of the Mass

Fr. Stravinskas argues against the ancient division of the Mass, never modified until the revolutionaries of the 1960s got greased up for action. For a refutation, see: Why “Mass of Catechumens” Makes Better Sense Than “Liturgy of the Word.”

In any case, it is odd when an author invokes Pius XII’s denunciation of “antiquarianism” for the retention of the term “Liturgy of the Catechumens” (even though this had never fallen out of usage, so it’s not an antiquarianist recovery), while simultaneously advocating just the kind of antiquarianism Pius XII did warn against by going on about the ancient venerableness of obsolete elements like the Offertory Procession or the Prayer of the Faithful.

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Finally, for two articles that present the other side of the argument, namely, what the OF desperately needs to learn from the EF, see:

Imbuing the Ordinary Form with Extraordinary Form Spirituality

How the Traditional Latin Mass Fosters More Active Participation than the Ordinary Form

WHY YOU SHOULD CARE FOR THE MUSIC IN YOUR CHURCH (Eng) – Aurelio Porfiri

Posted by on 14:50 in Sacred Music | 0 comments

WHY YOU SHOULD CARE FOR THE MUSIC IN YOUR CHURCH (Eng) – Aurelio Porfiri

There are many reasons that could be given to show that the music in the liturgy is essential and must therefore be treated with particular attention. I want to focus on what the ancients have always known, especially the Greeks, and that modern neuroscience has confirmed: music has a profound effect on our mood and how we see things…(here).